Giù le mani dal Congo

Vige il traffico di coltan una specie di sabbia nera radioattiva e preziosissima. È il nuovo business della Repubblica democratica del Congo. Senza, non esisterebbero telefonini, aerei e PlayStation2
Giorgio Fornoni è uno dei maggiori conoscitori di cose congolesi in Italia. Con la sua inchiesta “Furti di stato” trasmessa da Report qualche mese fa, ha tracciato un ritratto preciso su quanto stava avvenendo in Congo. Un’analisi dei traffici che coinvolgono questo ricchissimo paese africano, dei suoi protagonisti, di chi ci guadagna e di chi ci rimette.
• Dottor Fornoni, ci può dire dove vanno a finire le ricchezze estratte nel Nord Kivu?
La maggior parte delle ricchezze estratte nel Nord Kivu, il coltan ma non solo, lasciano sempre il territorio del Congo. Insomma, non risulta che questi minerali partano per le esportazioni verso i mercati europei o asiatici da Goma (la capitale del Nord Kivu) proprio dal Congo. In realtà i paesi che si arricchiscono con le ricchezze congolesi sono quelli confinanti, Uganda, Burundi, ma anche lo Zimbabwe o la Namibia, a seconda delle ricchezze in questione. E chiaramente il Ruanda. Questo avviene soprattutto perché nel Nord Kivu non ci sono banche.
• Che vuol dire che non ci sono banche?
Vuol dire che non esistono, non sono fisicamente presenti. E questo avviene sostanzialmente perché è una zona di guerra e quindi non è sicuro aprirle lì. Sono gli stessi soggetti coinvolti nel traffico a non avere fiducia riguardo alle transazioni finanziare nel caso avvenissero in Congo. Le banche in Congo non danno garanzie.
• Quindi è il Ruanda a ricevere i maggiori benefici?
Si, soprattutto il Ruanda, anche solo per la presenza di banche. Tutte le transazioni economiche che necessitano inevitabilmente degli intermediari bancari, avvengono soprattutto a Kigali (la capitale del Ruanda). Quindi le ricchezze estratte in Congo vanno ad arricchire altri paesi. In sostanza il traffico funziona così. Il coltan viene estratto nelle miniere in Congo, da centinaia di disperati che fanno anche due giorni di marcia nella foresta pluviale per trasportare il minerale giù dalla miniera e guadagnare qualche dollaro. Dopodiché il coltan viene pestato per ridurlo in polvere e poi, tramite passaggi successivi, venduto fino ad arrivare nelle mani di chi si occuperà di fargli attraversare la frontiera con il Ruanda su gomma o con l’aereo.
• Una volta giunto in Ruanda cosa succede?
Una volta arrivato nel paese la produzione congolese viene mischiata con quel poco coltan prodotto in Ruanda e poi venduto sul mercato internazionale dove gli acquirenti sono soprattutto la Cina e l’India, affamati di materie prime, ma anche la Gran Bretagna e il Belgio.
• Perciò essendo mischiato con quello ruandese, non risulta essere estratto in Congo?
No, ma il Ruanda produce pochissimo coltan. Il rapporto è di 1 a 5, o anche di più. Un’inezia insomma.
Visti tutti i soldi in ballo, si può lecitamente pensare che il Ruanda abbia tutto l’interesse a far si che la guerra non finisca?
Certo, è più che lecito pensarlo. D’altra parte lì le questioni economiche sono talmente legate a quelle politiche che le motivazioni certo non mancano.
Torniamo alla questione economica. Le miniere di coltan e degli altri minerali in Nodìrd Kivu sono terra di nessuno oppure sono di proprietà di aziende?
Sono terra di nessuno. Quella è una zona di guerra e quindi nessuna società vuole averle in appalto. Sono gestite dai gruppi armati, dalle mafie locali così come anche dall’esercito come nel caso della miniera di Bisie.
• Allora quando il generale Nkunda chiede che il governo stracci i contratti firmati con la Cina, non si riferisce direttamente al Nord Kivu ma a tutto il paese?
Si, il presidente Kabila ha siglato contratti con la Cina in praticamente tutte le zone della Repubblica Democratica del Congo. E Nkunda gli contesta il fatto che non portino nessuna ricchezza alla popolazione anche perché la Cina fa uno sfruttamento intensivo di tali ricchezze.
• Come mai la Cina è arrivata in Congo?
Ci è arrivata perché offre molto di più rispetto alle tradizionali potenze occidentali e questo ovunque in Africa. Nel caso specifico del Congo la responsabilità, poi, è anche dell’Unione Europea.
• In che senso?
Il presidente Kabila è in sostanza l’uomo su cui ha puntato l’Europa, Hanno anche pagato le elezioni, le hanno finanziate. Sono state elezioni regolari e questo chiaramente ha aumentato le aspettative su Kabila. Quando però il presidente congolese ha chiesto un prestito di 2 miliardi di dollari, l’Unione Europea non glieli ha dati perché se no il paese si sarebbe indebitato troppo. E allora è comparsa la Cina che gli ha offerto sull’unghia 4 miliardi di dollari senza starci troppo a pensare e che ha finito per firmare contratti per un valore di 8 miliardi di dollari. Si dice, poi, che la Cina offra però più cose. Soprattutto in servizi per la popolazione. Ma non è vero. Quello che costruisce intorno, va sempre a suo servizio.
• Cioè, costruisce strutture che in realtà non fanno altro che creare un indotto che aumenti le capacità produttive della zona?
Esatto. Alla popolazione non va un bel nulla.
Tra l’altro è anche difficile risalire ai diretti interessati perché la Cina, così come anche gli Stati Uniti o gli altri paesi, non è che firmano direttamente a proprio nome. Creano delle Joint Ventures, delle imprese a capitale misto tra aziende private straniere e lo stato congolese, che poi sono difficili da analizzare quanto alla loro struttura dirigenziale anche perché molte volte subappaltano le concessioni ad altre imprese ancora.
• Un’ultima battuta Dott. Fornoni. Cosa si dovrebbe fare per troncare il traffico di minerali che alimenta, in un’ultima istanza, la guerra stessa?
Si dovrebbe imporre un embargo internazionale su tutti i minerali estratti nella regione, non solo per il Congo, ma anche per il Ruanda. Così come non ha senso imporre un embargo sulle armi solo per il governo congolese che non può darle ai Mayi-Mayi (un gruppo armato che combatte per l’esercito congolese) quando poi non lo si impone anche agli altri soggetti coinvolti.

About Giorgia Gay

Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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