L’emergenza è costata 10 milioni di euro

Lo scorso 23 febbraio sono stati scaricati nel fiume Lambro centinaia di metri cubi di idrocarburi provenienti dal deposito della ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta in provincia di Monza. Un’emergenza costata 10 milioni di euro, due dei quali gravano sulle casse della Regione Veneto. Notizie contraddittorie e allarmi di potabilità con conseguenti rettifiche, hanno messo in crisi l’intero Polesine. A far fronte all’emergenza ci hanno pensato l’Ente Parco, il Consorzio di Bonifica Delta del Po, la Provincia, i Comuni, i gruppi di Protezione civile del Delta, l’Aipo e la Regione coordinati dalla Protezione civile regionale, che hanno collaborato in sinergia. 800 metri di barriere galleggianti, le cosiddette“panne”, e i salsicciotti assorbenti, per bloccare le diramazioni in entrata nei rami del Po di Goro, Maistra, Gnocca e Tolle, sono state le prime misure adottate contro l’onda nera. In seguito, sono stati chiusi i canali di collegamento tra il fiume e le sacche, le lagune, le Buse di Scirocco e di Tramontana. La corrente del fiume ha però messo più volte alla prova le barriere che hanno resistito solo a Polesella. Lungo il fiume, a Calto e a Guarda Veneta, sono intervenuti anche gli skimmer, le imbarcazioni con la strumentazione specifica per lo smaltimento della sostanza inquinante, mentre per salvaguardare la laguna, utili sono stati gli sbarramenti dalla Protezione Civile in tutti i rami deltizi del fiume dal Po di Maistra, a quelli di Gnocca e di Goro, gli unici tratti del fiume in cui non è stato fatto divieto di pesca dal Prefetto. Nei primi giorni “caldi” dell’allarme è giunto in Polesine il Capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, per assicurare ai sindaci e alla popolazione che il materiale inquinante non avrebbe raggiunto il Delta e confermato che la situazione era già stata messa sotto controllo per il 95% a Isola Serafini, nei pressi di Piacenza dove era avvenuto lo smaltimento e lo stoccaggio della sostanza inquinante. Ma, nonostante ciò, nei giorni dell’emergenza è stata interdetta la navigazione e la pesca nelle acque del Po per non ostacolare la Protezione civile impegnata nella chiusura di tutti i rami che portavano alle lagune, con la disposizione delle panne. Resta ancora da chiarire, però, che che cosa abbia provocato l’allarme che, su indicazione dell’azienda Ulss 19 di Adria, ha vietato l’uso dell’acqua del Po a scopi alimentari e potabili nei comuni di Porto Tolle, Taglio di Po, Ariano e Papozze. Il 2 marzo, infatti, è scattato un ulteriore allerta per l’inquinamento delle acque da una sostanza chiamata dicloroetano, un composto chimico usato nelle miscele di lavaggio delle cisterne di prodotti petroliferi. I campioni riesaminati poi dall’Arpav di Venezia hanno escluso qualsiasi pericolo anche se oramai i sindaci dei comuni interessati avevano già emesso le ordinanze di divieto dell’uso dell’acqua proveniente dalle centrali di potabilizzazione di Ponte Molo e Corbola a scopo potabile e alimentare. Oggi, terminata l’emergenza, la Procura di Rovigo ha aperto un fascicolo per far luce sulla vicenda. Le indagini verificheranno le conseguenze del disastro sul Delta, del Po fiume e le zone che attraversa. L’ipotesi è che proprio quest’area sia quella che pagherà più di ogni altra in termini di inquinamento, di salute pubblica e di disagi per le popolazioni.

About Giorgia Gay

Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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