Una rete contro il nucleare a Chioggia

Anche Chioggia entra nella rete antinucleare che sta raggruppando i diversi movimenti del Veneto meridionale. La prima iniziativa della rete è stato l’incontro con Gianni Mattioli, fisico dell’Università di Roma La Sapienza e con Carlo Costantini della rete polesana dei Comitati per la tutela della salute e dell’ambiente, ai primi di maggio presso l’oratorio San Filippo Neri di Chioggia.
La rete contro il nucleare si propone di dare vita a una battaglia politica, culturale e sociale in grado di fermare le decisioni del Governo: con l’approvazione del decreto legislativo del 15.02.2010, che fissa i criteri per l’attuazione del piano energetico, si concretizza sempre più il rischio di una fase senza ritorno del riaffermarsi del nucleare in Italia. Sta riapparendo all’orizzonte quella che nel secolo scorso si è dimostrata la scelta energetica più antieconomica, pericolosa e nociva tanto per i territori che la ospitano quanto per le loro popolazioni. La lunga lista di incidenti dichiarati e non, verificatisi nelle centrali europee solo nell’ultimo anno, lo sta a dimostrare.
La rete di opposizione a questa scelta non nasce in seguito ad una posizione ideologica ma vuole caratterizzarsi per una pluralità di percorsi e competenze per garantire ricchezza culturale e capacità d’iniziativa. Ci si vuole opporre all’idea che in un territorio tragicamente instabile come quello italiano possano esistere siti adatti ad insediamenti di produzione energetica di questo tipo quando è la cronaca quotidiana a richiamare l’attenzione di tutti sul dissesto idrogeologico imperante nel nostro Paese. La necessaria vicinanza con corsi d’acqua ed il loro sfruttamento da parte di questi impianti non può non far pensare a quanto recentemente successo ad esempio al Lambro.
Nel territorio di Chioggia anche le categorie economiche hanno deciso di cavalcare l’onda del No nuke (no nucleare) dal momento che una centrale nelle vicinanze significherebbe il crollo di tutta l’economia: Chi mangerebbe un ortaggio coltivato nelle vicinanze di una centrale o del pesce pescato in acque potenzialmente contaminate? Nessuno verrebbe più in vacanza nella nostra città. Inoltre le riviste scientifiche stanno diffondendo dati preoccupanti sull’incidenza delle leucemie, soprattutto infantili nel territorio adiacente agli impianti, anche in assenza di incidenti, a causa dei radionuclidi dispersi nell’aria col vapore che fuoriesce dalle centrali.
Infine, il conseguente assorbimento di tutti gli investimenti nel campo della ricerca sul nucleare distoglie dalla possibilità di incrementare lo studio e la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ciò allontana dallo sviluppo di una vera politica di indipendenza tecnica ed economica da altri Paesi. Elimina la possibilità di appropriarsi della produzione stessa da parte dei fruitori finali tramite la collettivizzazione della produzione energetica e quindi la possibilità di venderla, distribuirla, scambiarla, barattarla etc. con conseguenti impatti rilevanti sull’occupazione e sul reddito. In definitiva si preferisce anteporre l’interesse economico di pochi a scapito del benessere diffuso.
Altra conseguenza non trascurabile è quella dello svilimento democratico dei processi decisionali e l’espropriazione, mediante la militarizzazione dei siti, di parte dei territori. Nonostante a livello governativo si propagandi tanto il federalismo il ritorno all’atomo viene assolutamente imposto “dall’alto” senza tener conto delle posizioni espresse dagli enti locali e dalla loro cittadinanza e facendo finta di ignorare che un referendum aveva deciso di tener fuori l’Italia dall’avventura nucleare.

About Giorgia Gay

Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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