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Stop al biodigestore

Un impianto a biogas per smaltire i residui dell’Agricola Berica di via Rovigana. Detto così sembra tutto semplice e bello, ma dopo i primi sorrisi il fronte dei contrari è lievitato rapidamente. Tra questi c’è anche l’amministrazione comunale che ha espresso parere negativo dopo aver tirato le fila dei primi incontri di valutazione del progetto. Il motivo principale sarebbero problemi legati all’impatto sull’area circostante e sull’intero territorio comunale, “una probabile svalutazione dei terreni e degli immobili della zona”, e ancora “potenziali pericoli per l’ambiente e per la salute” e la necessità di salvaguardare il vicino corso d’acqua della fossa Monselesana. Inizialmente sembrava esserci stata un’apertura verso la possibilità di realizzare l’impianto, poi smentita rapidamente.
Niente da fare quindi per il biogas all’Agricola Berica. Anche per la Commissione Ambiente ha espresso un parere negativo. L’impianto da 999 kw dovrebbe prevedere un sistema di eliminazione degli odori in grado di utilizzare solo materiale prodotto nel macello. Ma queste rassicurazioni non sono bastate a spazzar via i dubbi, soprattutto quelli dei cittadini, molto preoccupati e stanchi degli odori già esistenti. Proprio i residenti della frazione di San Bortolo si sono riuniti per discutere delle problematiche che l’impianto di biogas potrebbe generare: in primis il timore per l’inquinamento dell’aria, per una frazione che è la più popolosa di Monselice ma che è al tempo stesso “accerchiata” da una serie di elementi problematici: la statale 16, la regionale 10, la stessa Agricola Berica con i vari allevamenti di polli, e poi la vicina zona industriale. Quasi ironicamente, la zona è certificata Igp per il radicchio, motivo in più per osteggiare un progetto che certo non andrebbe nella stessa direzione.
“Non siamo pregiudizialmente contrari agli impianti a biogas, visto che potrebbero rappresentare un aiuto importante all’agricoltura e all’ambiente — spiegano i rappresentanti del Comitato Lasciateci Respirare – Per le singole aziende sarebbero sufficienti impianti da 20 o 50 kw, dove usare gli scarti di produzione, produrre energia per il proprio fabbisogno e vendere quella in eccedenza. E il residuo del digestato, potrebbe essere poi utilizzato come fertilizzante. Ma quanto sta accadendo nei nostri territori va in senso esattamente contrario, frutto della corsa ai “certificati verdi” con i quali l’energia elettrica prodotta può essere venduta 0,28 centesimi al kw contro gli 0,07 del prezzo di mercato. Per avere un quadro del business, ricordiamo che un impianto da 1 megawatt potrà contare su incentivi statali della durata di 15 anni. L’investimento iniziale di circa 4 milioni di euro sarà ammortizzabile in 3 o 4 anni e poi garantirà una rendita netta di un milione di euro l’anno”.

Giorgia Gay
Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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