Ha vissuto in Arcella, a Padova, ora è tra i profughi in fuga dall’Isis

erbilLa situazione dei profughi in fuga dagli estremisti dell’Isis è preoccupante. I dati di un insieme di organismi (Focsiv, Avvenire, Iscos-Cisl, Mcl, Masci, Azione Cattolica, Banca Etica), che a fi ne ottobre hanno lanciato il progetto “Emergenza Kurdistan: non lasciamoli soli”, parlano di 1 milione e 800 mila rifugiati nel Kurdistan iracheno (nazione che, in precedenza, contava 5 milioni di abitanti). A fine ottobre erano 156 mila solo ad Erbil, città che dall’inizio ha accolto le persone che scappavano dalla violenza e dalle uccisioni dei combattenti dello Stato Islamico.

Proprio ad Erbil vive e presta servizio padre Jalal Yako, un religioso rogazionista nato in Iraq, nella biblica Ninive, città antichissima a nord della Mesopotamia e capitale assira dal patrimonio archeologico inestimabile. Padre Yako è conosciuto a Padova, dove ha abitato per anni collaborando con la parrocchia di Gesù Buon Pastore all’Arcella. Partito come missionario per il suo Paese di origine a fi ne 2012, ora si trova ad essere l’unico religioso in loco e ogni giorno si reca nei centri profughi della città, cercando di portare aiuto e conforto.

Ad Erbil i centri per i rifugiati sono una trentina – ci spiega –. Li visito insieme a un gruppo di una ventina di giovani, anch’essi profughi, che hanno deciso di impiegare il loro tempo aiutando gli altri. Tentiamo di animare i bambini con giochi e canti, e i più grandicelli con attività di calcetto e pallavolo. Il desiderio è quello di far trascorrere loro qualche ora in serenità, ma osserviamo come, giorno dopo giorno, i comportamenti delle persone mutino in peggio. Persone da ormai cinque mesi costrette nei campi, in perenne attesa, senza poter lavorare o occuparsi in qualcosa. I ragazzi, che non possono frequentare le lezioni scolastiche, sono abbandonati a loro stessi. È lo stato psicologico a preoccupare maggiormente”.

Quali sono i bisogni concreti più urgenti?

Nella fuga dalle loro case, le persone non sono riuscite a portare né soldi né vestiti; ora, giunto l’inverno, tanti cominciano ad ammalarsi a causa del freddo, specialmente coloro che alloggiano nelle tende: le piogge le hanno già allagate più volte. Mancano le coperte, i servizi igienici, i bagni, le docce, l’acqua calda. Nel centro profughi istituito nella scuola “Hadiab”, per esempio, vivono 50 famiglie, con numerosi bambini, per un totale di circa 300 persone. Vi è un fornellino ogni nove famiglie; necessitano di coperte e vestiti: anche ultimamente ho visto bambini girare ancora con indumenti estivi. C’è un unico boiler che deve scaldare l’acqua per 300 persone e fi le immense per fare una doccia, alla fi ne ovviamente fredda”.

Come riescono a sopravvivere?

La gente vive degli aiuti esterni. Una confraternita e il centro di Mar Qardagh consegna a ogni famiglia un sacco con riso, latte, zucchero, tè, lenticchie; qualche aiuto arriva dagli Emirati Arabi. Alcune organizzazioni, anche italiane, stanno organizzando interventi, ma il futuro qui è incerto, la gente ha perso ogni speranza. All’orizzonte non appaiono esserci pane, casa, lavoro, prospettive”.

 

Cinzia Agostini

 

About Giorgia Gay

Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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