Andrea Marcolongo, una vita dedicata alla passione per il calcio

Pag. 4 sport piovese PONTECORR capitano storico prima squadra Andrea MarcolongoA ottobre gli anni saranno quarantatré ma lo spirito è ancora quello del ragazzino che spensierato rincorre un pallone. Andrea Marcolongo, capitano del Pontecorr, è sicuramente uno dei simboli del calcio locale e un fulgido esempio di passione e dedizione per lo sport. Oggi milita in Seconda Categoria ma alle spalle ha un bagaglio di esperienze nel mondo del calcio dilettantistico a tutti i livelli.

Quando hai iniziato a giocare a calcio in una squadra?

“Tardi rispetto alla prassi, per motivi legati a diversi cambi di residenza. Così da piccolo mi dilettavo nei campi di calcio parrocchiali dei paesi in cui sono vissuto sino ad approdare a quello di Brenta d’Abbà, paese dove ancora risiedo. Il mio sogno era quello fare il portiere in una squadra professionistica ma dopo una sonora sconfitta in un torneo ho abbandonato i pali e ho iniziato con il ruolo di difensore”.

Il segreto di tanta longevità sportiva?

“In realtà non c’è un segreto. Tutto è frutto di tanta passione, dedizione e sacrificio, oltre alla fortuna di non avere subito infortuni gravi”.

Le soddisfazioni più grandi?

“Sono certamente quelle legate alla vittoria di un campionato, di qualsiasi categoria esso sia. Soddisfazione è anche però quando riesci a sal- vare la squadra, lottando sul fondo della classifica. Scegliendone una, di certo non dimenticherò mai quella della stagione 97/98 a Casalserugo quando conquistammo il salto Eccellenza con una straordinaria rimonta dopo un inizio di campionato tutt’altro che positivo”.

La partita che rigiocheresti?

“Lo spareggio contro il Corsico che ha dato alla Piovese la soddisfazione di approdare in Serie D. Una gara in salita, dopo che all’andata avevamo perso 3 a 2”.

In questi anni come hai visto cambiare il calcio dilettantistico?

“E’ cambiato moltissimo. Le categorie si sono indebolite di molto rispetto agli inizi degli anni Novanta quando, senza esagerare, la Prima Categoria era tranquillamente paragonabile a un’attuale Serie D. A mio parere un aspetto negativo è stato quello di rendere obbligatorio in certe categorie lo schierare un certo numero di giocatori di giovane età. I giovani se sono bravi giocherebbero ugualmente e le società avrebbero tutto l’interesse a farli giocare. Un altro aspetto importante di cambiamento riguarda le motivazioni. I ragazzi non hanno la “fame” che avevamo noi e non vivono il calcio con la grinta e la passione con la quale noi ci confrontavamo. Per quanto riguarda invece l’aspetto prettamente tecnico nel tempo la fisicità ha preso decisamente il sopravvento sulla fantasia, la creatività e la personalità del giocatore”.

Che consiglio ti sentiresti di dare a un giovane sportivo?

“Quello di vivere lo sport con umiltà, nel rispetto delle proprie capacità e di quelle dei propri compagni. Gioire per quello che si fa ma anche puntare sempre a migliorarsi a ogni prestazione”.

Cosa ti ha dato e cosa ti sta ancora dando lo sport?

“Lo sport mi dà felicità, mi far star bene con me stesso, mi dà l’equilibrio giusto tra gioie, dolori, frustrazioni, sconfitte e vittorie. E’ uno sfogo, un toccasana per il fisico e la mente. E’ maestro di vita. Mi da la possibilità di confrontarmi con gli altri e non solo a livello fisico ma emotivo e di condivisione e amicizia e ti fa sentire giovane”.

Progetti per il futuro?

“Il giorno in cui appendere gli scarpini al chiodo inevitabilmente si avvicina. Non ho ancora deciso! Fare l’allenatore? Non credo e comunque solo nel settore giovanile. Mi sento più portato per un ruolo dirigenziale”.

A cura di Alessandro Cesarato

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