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Fotografia: Baran e le sue Urbanità fuggenti

baranDopo Progetti bruciati l’artista polesano Baran si rimette in gioco, stavolta usando come mezzo espressivo la fotografia. Urbanità fuggenti è il titolo del nuovo ciclo di opere, realizzato in quei luoghi urbani ove è più presente l’opera dell’uomo. Gli scatti si sono potuti apprezzare all’interno della manifestazione Polesine Fotografia, dove sono stati esposti nella splendida cornice di Villa Badoer a Fratta Polesine, dal 1 al 12 aprile. Mentre dal 15 aprile faranno tappa nello studio Spazi Aperti di Adria, dove rimarranno fino al 30 giugno.

Nella sua esperienza da architetto, Baran ha sviluppato un rapporto molto profondo, quasi simbiotico, con la dimensione urbana e con il territorio in cui l’uomo agisce e si confronta quotidianamente. Dalla sua analisi dei luoghi, egli è giunto alla conclusione secondo cui l’uomo contemporaneo non è più in grado di percepire realmente il mondo in cui vive, abbagliato com’è dalla tecnologia e dal mondo virtuale della rete. Nel suo sguardo disincantato e razionale, Baran è convinto che l’uomo abbia diffi coltà a percepire la dimensione spaziale della città, nelle sue più piccole sfumature, come la luce che fi ltra da un vicolo o le ombre che crea un portico.

In queste fotografie, l’artista predilige la ripresa da terra e in movimento, trascinando con sé, nel suo tragitto urbano, la macchina fotografi ca. Con la ripresa fotografi ca, Baran esplora e fa proprio il soggetto per poi distaccarsene progressivamente. E’ nell’assenza di defi nizione del soggetto che l’artista scopre la vera essenza delle cose, che dovrà stimolare a sua volta lo spettatore ad un lavoro psicologico ed introspettivo, di analisi e rifl essione sul proprio essere e sul proprio divenire. Queste immagini, prive di contrasti e di nitidezze, caratterizzate da colori privi di saturazione, avvolgono lo spettatore in una sorta di limbo dell’immaginario.

Urbanità fuggenti non raccontano un luogo, stimolano piuttosto l’uomo a ritrovare l’essenza della propria dimensione urbana, rivelando micro tracce di un’architettura o di un luogo usuale, che tuttavia l’osservatore recepisce con estraneità, non avendolo fatto proprio attraverso l’intima conoscenza. In questo processo indotto di riappropriazione dei luoghi, l’artista fa intravvedere alcuni dettagli, concentrandosi maggiormente sulle sfumature degli oggetti, e conducendo l’osservatore verso un percorso introspettivo. In questo cammino verso la consapevolezza del rapporto uomo- architettura, Baran si annulla per favorire la comunicazione tra l’opera e il fruitore, arrivando ad affermare: “l’artista non sono io”.

di Melania Ruggini

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