Primo Lovison, un soldato della guerra d’Africa

032a“Quella di raccogliere le mie memorie è stata un’idea di mia figlia, convinta che io abbia avuto una vita da romanzo. Io credo di avere avuto una vita come tanti. Quei ricordi sono il contenuto della memoria, della vita e forse della storia”. Esordisce così, con pochi pensieri datati 9 settembre 2014, “Primo a partire, ultimo a tornare. Un soldato della guerra d’Africa”, vero e proprio quaderno di memorie che narra sette anni della vita di Primo Lovison, cittadino di Correzzola, classe 1921, che ha molto da raccontare a chi volesse prendersi un po’ di tempo per leggere un centinaio di pagine che hanno il potere di trascinare indietro nel tempo anche chi quel tempo non l’ha vissuto.

Sette anni da prigioniero, in Africa, durante il secondo conflitto mondiale, che hanno segnato indelebilmente la vita di una persona semplice, dedita alla famiglia e al lavoro, come era ed è Primo, nato a Pontelongo in una famiglia contadina, dove la tradizione scandiva il tempo di un’esistenza sobria e allo stesso tempo ricca di relazioni e affetti. La vita del protagonista inizia all’indomani della Prima Guerra Mondiale e quasi coincide con l’avvento del fascismo che, “passo dopo passo, si consoliderà fino a permeare ogni piega della società italiana, dall’economia all’educazione, dallo sport all’arte”.

Così cita il libro, tra le prime pagine, e prosegue raccontando, con dovizia di particolari, le “avventure”, se così si possono chiamare, di un soldato italiano al fronte, in Africa. Quel fronte dove, tra i combattimenti, le sofferenze e la morte, il nemico diventava soltanto un uomo come te, con cui era possibile addirittura stringere legami d’amicizia. E’ la storia che prende vita tra le parole, quelle parole messe nero su bianco da Caterina Lovison, figlia di Primo e insegnante di professione, che ha voluto raccogliere i pensieri del padre tramutandoli in un racconto, il racconto di quelle sue esperienze di guerra di cui tante volte ha parlato ai familiari. “Il libro è stato presentato al pubblico lo scorso 12 marzo nella Corte Benedettina di Correzzola – ha spiegato Caterina, mostrando anche la suggestiva saletta, la sezione di storia locale della biblioteca comunale, dove si è svolta la serata. – “E’ stata un’iniziativa molto partecipata, con circa un centinaio di persone tra il pubblico.

In seguito, l’evento è stato ripetuto anche alle scuole medie comunali, dove gli studenti hanno potuto ascoltare la lettura di alcuni passi del libro e anche leggerlo personalmente, partecipando ad un percorso didattico”. Un’iniziativa mirata a lasciare traccia di una testimonianza diretta e, con la pubblicazione del libro, “si spera di dare un contributo per la creazione di una memoria condivisa della nostra storia”, come ha scritto il sindaco, Mauro Fecchio, nella prefazione. “Mio padre è una persona semplice – ha detto Caterina – che amava raccontare i fatti della sua vita ed ha ricevuto dalla guerra una grande lezione di umanità e di amicizia. Sono stati per lui sette anni di Odissea, tra guerra e prigionia, in cui non ha potuto neppure comunicare con la sua famiglia, e quando è tornato in patria ha trovato un mondo completamente diverso da quello che aveva lasciato”. Non c’è traccia di toni trionfalistici nell’opera, come ha tenuto a sottolineare la figlia, ma solo il sacrificio e la speranza di un giovane come tanti, partito con le stellette dell’esercito nazionale, portando con se solo la vita, dato che “era quella l’unica cosa che potevo perdere”, come ha pensato Primo quel giorno in cui è partito col treno, la “vaca mora”, da Pontelongo, di mattina presto, alla volta di un’esperienza che avrebbe cambiato per sempre non solo la sua vita ma anche la storia di tutti noi.

di
Linda Talato

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