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Sora Lella, “Core de Roma”

soralella“Sora Lella” non è soltanto un ristorante, è molto di più. Non ci si va solo per sedersi a un tavolo e gustare dei bucatini alla romana, una coda alla vaccinara o un carciofo alla giudia fatti come dio comanda. Una visita allo storico ristorante dell’Isola Tiberina, avviato nel 1959 da Elena Fabrizi, in arte Sora Lella, sorella del grande Aldo Fabrizi e anch’essa attrice indimenticata in memorabili pellicole di Verdone o protagonista al Costanzo Show, è un viaggio nell’anima più schietta di Roma. Quella popolare. Che piace anche ai turisti proprio perché non è turistica. La riprova? Una sera un commensale americano osò mettere della cicoria nella carbonara, uno dei piatti simbolo dell’osteria.

Mauro Trabalza, nipote della Sora Lella che ora con il papà Aldo “Amleto” e i fratelli Renato, Simone ed Elena gestisce il locale, nel notare la scena ebbe un sussulto di rabbia e non riuscì a trattenersi: “Lei sta rovinando un mio piatto, così mi sta offendendo” gli disse. E non si è mai pentito di tale uscita un po’ sopra le righe, perchè è convinto che anche la cucina popolare è una forma di cultura che va rispettata integralmente. Come un’opera d’arte.

Il “Sora Lella” oggi come ieri è una sorta di monumento della cucina tipica romana, di museo delle tradizioni che ha collezionato tante visite illustri (vedi le tante foto in bianco e nero affisse alla pareti), con la sostanziale differenza che però è anche un luogo vivo, che esprime allegria e gioia di vivere. “Gran parte delle foto che ritraggono qualcuno di noi con personaggi famosi, soprattutto attori, sono finite chissà dove” osserva Renato, il fratellino con la passione dell’alta gelateria “Ma non è importante, perchè ciò che conta è la nostra presenza e l’aver saputo mantenere questo spirito. È questo che soprattutto vogliamo offrire ai nostri ospiti”.

Il ristorante prima dell’avvento di Sora Lella si chiamava “Achille dei due ponti”, era un posto malfamato. Elena Fabrizi, figlia di un carrettiere morto giovane per un banale incidente di strada e di una ambulante di Campo dei Fiori, lo acquistò insieme al marito Renato, facchino per il trasporto carni, firmando molte cambiali. Cominciò l’avventura preparando povere cose, quelle che lei cucinava anche a casa. Piatti che però racchiudevano un grande valore, quello della tradizione. Erano fatti con prodotti genuini e secondo ricette “romanesche” tramandate da generazioni. In precedenza Sora Lella e il marito avevano gestito anche altri locali, sempre di livello modesto ma condotti con dignità e passione. Il lancio dell’osteria avvenne in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, quando la capitale fu invasa come non mai da visitatori stranieri.

Una vetrina irripetibile per il locale di Sora Lella, al cui fascino contribuiva (e contribuisce) la suggestiva posizione affacciata sul Tevere nell’Isola Tiberina. Ma chi consacrò il ristorante alla fama gastronomica che ancora oggi lo contraddistingue è stato Giorgio Bini, ittiologo e gourmet raffinato. Si sedette quasi casualmente ai tavoli del locale e fu incuriosito dal “sugo de mamma” che Aldo “Amleto” gli aveva proposto. Ovvero carne macinata, porcini secchi e qualche rigaglia di pollo con cui condire le fettuccine. Gli piacque talmente tanto che non solo diventò cliente, ma portò in seguito nel ristorante anche un giornalista di “Oggi” che scrisse un articolo lusinghiero sul locale e su Sora Lella.

Un altro mentore del ristorante dei Trabalza fu Gaetano Angiolillo, proprietario e direttore del “Tempo”, con cui il rapporto era iniziato in modo burrascoso con un “vaffan….” rivolto da Sora lella a quel cliente un po’ arrogante. Fu l’attore Carlo Croccolo, amico di Sora Lella, a convincere Angiolillo, a tornare nel locale per una prova d’appello. Ne nacque un rapporto di amicizia mai più interrotto e un premio speciale da parte del settimanale. A sfogliare l’album dei ricordi del locale e della famiglia Trabalza c’è da spendere (piacevolmente) una giornata intera. Ma ciò che preme sottolineare è che l’osteria di oggi è quella di sempre. Vi si mangiano i piatti della tradizione romana e laziale.

Accanto a bucatini, coda alla vaccinara e carciofi alla giudia, anche la pasta all’amatriciana (diversa dalla matriciana, per via della cipolla), i tonnarelli, il primo sale della campagna romana, gli gnocchi alla romana, gli involtini di trippa, il pollo con i peperoni, l’abbacchio al forno, le puntarelle in salsa di alici. I vini e i formaggi sono per scelta soprattutto quelli della tradizione laziale. E poi i dolci e i gelati che sono l’orgoglio di Renato. Ancora oggi è valido quel che un turista americano candidamente disse qualche anno fa: “Sono stato a San Pietro, al Colosseo e da Sora Lella… Ho visto Roma!”

 

di Renato Malaman