L’estrema decisione di Egidio Maschio

egidio Maschio2Ogni morte, soprattutto se improvvisa e violenta, lascia senza parole. Egidio Maschio, 71 anni, a capo dell’omonima azienda fondata nel 1964, si è tolto la vita, una tersa mattina di giugno. Lo ha fatto all’interno della sua fabbrica a Campodarsego. Un gesto pensato e preparato come quel suo saluto, quasi un commiato, il giorno prima ai suoi operai di Morsano. Come quel suo sorriso, prima che lo facesse lei, alla compagna quando è uscito di casa. Sappiamo tutto dell’imprenditore. Ha dato vita a un colosso da duemila dipendenti e 324 milioni di fatturato. Sappiamo tutto dei suoi successi, di quanto avesse investito e scommesso sul fronte dell’export e dei nuovi mercati. Si era spinto fi no in Russia, in India, in Cina e in Iran, per citare solo alcuni dei Paesi dov’era arrivato. Aveva osato guardare lontano, lui che aveva appena la quinta elementare e non te lo nascondeva. Lui che, quando c’era da spiegarti bene le cose, te le diceva in dialetto e in tre parole. Sappiamo tutto, ora anche dai giornali, delle difficoltà che l’ azienda sta attraversando: l’esposizione con le banche che gli avrebbero chiesto di rientrare, la crisi occupazionale e il rischio di esuberi per 78 dei suoi operai, i primi fi dati compagni di viaggio in un’azienda che considerava alla stregua di una famiglia.

Li conosceva davvero a uno a uno, Egidio, i suoi operai. Ne conosceva le storie, la vita, le famiglie. Sappiamo tutto dell’imprenditore che si era fatto da solo. Ma forse poco o nulla sappiamo dell’uomo che, in molti, credevamo di conoscere. Sempre pronto, generoso, carico di passione, di nuove idee. Innamorato del suo lavoro e della vita come un adolescente. Mai fermo, mai rinunciatario, mai pessimista di fronte alle tante difficoltà che comunque la vita gli aveva presentato. Si è ucciso, di primo mattino, nel suo ufficio. Un luogo dove amava stare anche 12-14 ore al giorno. Un luogo dove amava incontrare le persone e confrontarsi non solo sugli annunci ufficiali, ma anche per un caffè e una chiacchierata. Una stanza in cui campeggiano le immagini dei suoi stabilimenti e delle sue creature: le macchine agricole, colorate fi ammanti, tirate a lucido. Accanto, un’altra foto: più grande dell’originale, in parte sgranata, in bianco e nero. È la foto della “casetta delle frese”, quella piccolissima bottega da dove era partito. Zero soldi in tasca, e tante idee nella testa. Sapeva Egidio da dove era partito. Te lo raccontava. E non lo dimenticava mai. Sapeva di quanta emozione gli aveva procurato il suo primo sussidiario. Era ancora alle elementari. Quel suo piccolo racconto mi colpì più di altri. Mi fece capire qualcosa di più di lui. “Non mi è mai piaciuto studiare. Ma per anni, poiché ero nella lista degli orfani, ero costretto a studiare sui libri usati, vecchi, sottolineati, senza pagine. Per la prima volta gavevo un libro tuto mio”.

Fu anche grazie all’allora comandante della stazione dei Carabinieri che si prese cura di lui. Ecco: Egidio voleva lasciare il suo segno, la sua impronta. Sfidando ciò che non gli piaceva allora, proprio come tutto ciò che non conosceva oggi. A viso aperto, con il suo modo di essere, la sua identità, correndo dei rischi. Quest’ultima volta, però, dev’essersi sentito impotente. Un confronto impari in cui lui, lottatore nato, non poteva combattere a viso aperto, dove non poteva più metterci di suo. Ancor di più, forse, di fronte a quella vecchia foto che gli ricordava da dove era partito. Ma soprattutto chi era.

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