Livia Bruna Bianchi, la nostra eroina dimenticata

livia bianchiUna donna di cui pochi, in Polesine, vogliono ricordare il coraggio e l’eroismo. E’ la storia di Livia Bruna Bianchi, partigiana, nata e cresciuta a Melara e morta da combattente a soli 26 anni a Cima di Porlezza, in Lombardia settant’anni fa. Una storia che racconta come una giovane nel fiore degli anni abbia preferito la fucilazione piuttosto che rinnegare la sua fede antifascista. Una storia fatta d’oblio, perché in Polesine, su di lei, si trova poco nonostante sia stata sepolta nel cimitero comunale di Melara, suo Comune d’origine. A far riemergere dalla nebbia la sua storia è stata Giovanna Pineda, ex assessore alle Pari opportunità del Comune di Rovigo con un’attenta ricerca storica: “E’ l’esempio della resistenza taciuta delle donne in Polesine (e in Italia)”. Già, perchè Livia, a differenza dei compagni di lotta uomini, in quanto esponente del gentil sesso è “coperta da un alone di voluto mistero dettato da un allusivo giudizio morale sulla sua persona, che avrebbe in qualche modo infi ciato in tutti questi anni il suo ricordo, il suo valore e la sua storia. In quanto donna, Livia è stata giudicata per il sospetto della propria condotta morale e condannata per questo all’oblio”.

In parole semplici: se una donna, in quegli anni, si univa ad un gruppo di uomini sulle montagne, non lo faceva per fede antifascista, ma per motivi più “carnali”. “Questo giudizio – spiega Pineda – non è nuovo per le donne combattenti della nostra Resistenza: sono infatti molteplici le testimonianze di partigiane che hanno denunciato come il loro ruolo attivo durante la liberazione sia stato quasi subito volutamente lasciato ai margini, in quanto testimonianza scomoda di una voglia di emancipazione e libertà che spesso ha destabilizzato i valori della ‘famiglia tradizionale’, così fortemente radicata nella nostra cultura. Le donne che fecero la scelta di diventare partigiane combattenti dovettero lottare non solo contro il nazifascismo, il terrore delle delazioni e delle torture, ma contro anche la paura di ledere con il loro esempio coraggioso di ribellione all’oppressore, la figura rassicurante di bravadonna- moglie-madre che si contrapponeva alla loro emancipazione e desiderio di libertà”. La cosa strana, però, è che nel resto d’Italia, in particolare in Lombardia, regione in cui si trasferì, combattè e morì, Livia è ricordata eccome, così come nel Nord. A Vercelli, ad esempio, c’è una strada a lei intitolata ed è presente in moltissime ricerche di storici di fama nazionale. Le sono state dedicate due storie dei “Fumetti Resistenti”, progetto del Comune di Milano con la collaborazione della Scuola civica “Arte e Messaggio”.

Due storie a fumetti per raccontare la sua vicenda, una disegnata da Martina Rossi e l’altra da Federica Gagliardo. Se a questo si aggiunge che a Livia è stata concessa la Medaglia d’oro al valor militare, unica polesana tra le 19 donne resistenti insignite del riconoscimento, è evidente che il Polesine, inspiegabilmente, abbia dimenticato. Nessuna via a lei intitolata, solo una targa con bassorilievo nel Comune di Melara, dove si trova anche la sua tomba. Una donna polesana coraggiosa che ha combattuto per la liberazione d’Italia e ha incontrato la morte pur di sostenere le sue idee con fierezza, coraggio e dignità.

Sara Dainese

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