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Venezia 72: Anomalisa, di Charlie Kaufman, la recensione

19382-Anomalisa_1Mancava ancora una pellicola sull’omologazione e l’anaffettismo, qui a Venezia, ma probabilmente doveva arrivare Charlie Kaufman con il suo Anomalisa, in concorso alla Mostra, per raccontare il tema da un punto di vista animato, tecnica che ancora non ha del tutto spopolato presso il pubblico adulto, ma che forse, proprio per la sua leggerezza formale, è in grado di trasmettere una morale che solo le animazioni riescono a comunicare efficacemente. La vera domanda è: si può ancora parlare d’amore o della sua mancanza senza risultare banali e scontati? Anomalisa non rientra di certo in questa categoria.
Le frontiere cinematografiche sono state esplorate tutte, ma questo film può offrirci davvero la possibilità di capire e andare oltre, introiettando la forma – di per sé complessa – in noi per trasformarla automaticamente in un contenuto semplice e digeribile, anche se può far male.
Il protagonista è un comunicatore aziendale molto noto, che si occupa di motivare gli operatori dei customer service: Michael Stone, inglese trapiantato negli USA, e già per questo alienato di suo. Entriamo sin da subito in un mondo in cui tutti hanno un volto dalle fattezze robotiche e meccaniche, chiunque, persino le donne, ha una voce maschile, sempre uguale, ridondante. Michael vive depresso, nella solitudine del suo cuore, incapace di provare un sentimento autentico per qualcuno che non si mostri diverso, unico e incapace di confondersi nella massa. Nel coro di voci sempre uguali, Michael finalmente riesce a udire una voce di donna, quella di Lisa, che si distingue per la sua timidezza e una piccola cicatrice sul viso, che la rende subito un’anomalia, un’anomalisa, in un sistema chiuso e prigioniero delle banalità verbali. Michael per questo se ne innamora subito, e decide di trascorrere tutta la vita insieme a lei, finché la visione del mondo non torna nuovamente a impadronirsi di lui, l’incapacità di lasciarsi andare lo coglie nuovamente per rigettarlo nel vuoto del suo abisso emotivo.
Charlie Kaufman è noto per il suo carattere schivo e introverso, ma quest’opera sembra rispecchiare con estremo realismo uno spaccato della sua visione interiore del mondo, che si lega all’umana e concreta angoscia di non trovare un’anima gemella, un contatto umano unico e sincero in una società che fa di tutto per uccidere l’individualità in nome di un conformismo manipolatore. Un urlo, da un lato, disperato, rassegnato, volto a dare uno schiaffo morale – riuscitissimo – a chi non si rende conto di indossare solo una maschera rivelatrice di inconsistenza e banalità.Un urlo di speranza, dall’altro, a chi non è capace di abbandonarsi con serenità ai propri sentimenti, per intimarlo a non lasciarsi attraversare dalle proprie insicurezze, quando forse una possibilità di redimersi dai propri limiti emotivi è possibile, se solo ci si lascia andare.