Venezia 72: Remember, la recensione del film di Atom Egoyan

19530-Remember_5Un’opera straordinaria e una riflessione sull’atto stesso del ricordare, intrecciata ai temi del perdono, del dolore, e dunque della vendetta, quella di Atom Egoyan, che con Remember firma il suo ennesimo capolavoro. Non un’altra storia trita e ritrita sulla Shoah e sui crimini nazisti, quella presentata alla 72 Mostra del Cinema di Venezia, ma un gioco macabro tenuto in piedi dagli ultimi sopravvissuti all’Olocausto, ormai novantenni, la cui memoria comincia a vacillare e a tradire i loro ricordi.

Zev (Christopher Plummer) è un novantenne sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale e vittima di demenza senile. Alla morte di sua moglie, Zev si risveglia in un ospizio, in cui il caro amico Max (Martin Landau), anch’egli ebreo, sopravvissuto ad Auschwitz, gli ricorda della promessa fatta all’amico e alla moglie: ossia di scovare e uccidere il nazista che aveva sterminato le loro famiglie.
Da questo momento Zev, con in mano una pistola e una lettera – per ricordarsi gli obiettivi della missione – parte alla ricerca del carnefice che ha causato dolore e sofferenze a sé stesso e, insieme a lui, a centinaia di migliaia di persone.

Facile attaccarsi a un ricordo, se questo scatena un’emozione forte o offre semplicemente l’occasione di vendicarsi di un indicibile dolore. Egoyan, in questo thriller dall’architettura perfetta, riesce a dimostrare quanto la forza di un simile ricordo possa mantenere intatto il contatto tra la vittima e il suo carnefice nonostante le distanze e gli anni trascorsi. A tenere in vita questo legame straziante altri non è che la memoria, il ricordo della violenza subita, di un male che l’essere umano è tutt’ora in grado di conservare e manifestare, noncurante degli insegnamenti della storia.

A dimostrarlo sono le molte scene in cui le armi da fuoco, strumenti che veicolano la violenza umana e facilmente accessibili in America, sono messi ben in mostra, sottolineando quasi una silente, pacata normalità. Anche per questo si comprende il motivo per cui il film sia stato, forse ironicamente, girato negli Stati Uniti: Egoyan sfrutta l’asetticità e l’anonimato della campagna statunitense per raccontare di individualità europee che portano con sé cicatrici universali in una terra dai paesaggi ancora vergini e incontaminati, e dunque ignara di un simile male, che per molti rappresenta l’occasione per disfarsi del proprio passato e ricominciare a vivere.

Lo straziante peso di questo incomprensibile dolore non dà tregua allo spettatore e lo porta lentamente ad assorbire il vissuto di entrambi, carnefice e vittima, tanto che, alla fine, il confine tra i due diventa talmente labile, a distanza di 70 anni, che l’unica cosa in cui ci si riesce a rispecchiare è forse la semplice consapevolezza della loro fragile umanità.

Atom Egoyan sferra un pugno ai polmoni degli spettatori, lasciandoli senza respiro e, forse, con una certezza: è l’uomo, con le sue scelte, a determinare le sue sorti. Ma, al capolinea della sua vita, l’unico a cui dovrà chiedere perdono sarà solo sé stesso.

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