Venezia 72: Taj Mahal, di Nicolas Saadi – la recensione

20394-Taj_Mahal_1____Joe_D_SouzaUn film francese lo si riconosce subito: pochi attori, un soggetto cinematografico spesso basato su un presupposto di realismo, pochi dialoghi, essenziali, scene quasi prive di musica e un’architettura scenica studiata e curata nei minimi dettagli. I film francesi possono piacere e non piacere, incantare con la loro raffinatezza, suscitare riflessioni, o semplicemente innervosire. Taj Mahal di Nicolas Saada, nella sezione Orizzonti della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un film francese con la pretesa di occidentalizzarsi, nel tentativo di donarsi a un pubblico più vasto, pur mantenendo intatto il suo impianto stilistico, riuscendoci in modo goffo e insoddisfacente.
Taj Mahal propone una macrostoria – una serie di attentati terroristici realmente accaduti, nel novembre 2008 – in cui si innesta l’esperienza individuale (ma immaginaria) di Sophie (Stacey Martin), in viaggio a Mumbai insieme ai genitori (Gina McKee e Louis-Do de Lencquesaing) presso l’hotel di lusso “Taj Mahal”, che viene improvvisamente preso di mira da un violento attacco terroristico. Senza alcuna possibilità di scampo, Sophie resta chiusa nella sua camera d’albergo, schiacciata contro un muro, in silenzio, mentre inerme non può che ascoltare le urla degli ospiti, le esplosioni delle granate e gli spari delle mitragliette provenienti dai corridoi dell’albergo. Sophie riesce a comunicare telefonicamente con il padre, che cerca di tenere alto il suo umore – anche se ha una flemma così indifferente da far pensare che fosse quasi complice dei terroristi – finché non fosse arrivato per trarla in salvo (anche qui, spiegatemi come una persona arrivi a pensare che un uomo disarmato possa competere contro decine di terroristi armati di bombe a mano e mitragliette).

Il film dunque si muove lentamente, concentrandosi sulla performance della Martin e lasciando dietro di sé molte lacune. Come, quando e soprattutto perché questi terroristi siano sopraggiunti non è dato saperlo. La totale mancanza di informazioni, unita alle conseguenti imprevedibilità che un simile evento comporta, tiene lo spettatore stretto in un sentimento ambivalente che scorre in equilibrio tra l’angoscia più profonda e il nervosismo più elevato. Classici atteggiamenti da film ansiolitico, quelli in cui lo spettatore balza sulla poltrona e urla “No, non muoverti!”. Però poi ti rendi conto di aver sprecato ansie inutili, quando non arriva mai nessuno a “reclamare” la vita di questa ragazza. Nel momento in cui, poi, vengono ripresi gli esterni dell’hotel, mentre Sophie parla con una donna fuori della finestra, risulta palesemente evidente che la scena sia stata girata in un teatro di posa, il che fa perdere al film ogni pretesa di realismo (non che prima fosse possibile pensare diversamente). E qui, tra tutte le nazionalità del mondo, chi vai a beccare come? Ovviamente, un’italiana in viaggio di nozze (Alba Rohrwacher).
Insomma, alla fine, tutta quest’angoscia… per cosa? Che si trattasse di una situazione estremamente pericolosa, non c’è alcun dubbio. Ma tra questo film e uno Scream, in cui non attendi altro che salvarti o essere uccisa, non si nota molta differenza. Durante l’attacco al Taj Mahal morirono quasi duecento persone e i feriti furono oltre trecento. Un evento che ha colpito profondamente la popolazione di Mumbai, e scosse anche quella mondiale, che cominciava tristemente ad abituarsi a questi scoppi di violenza. Ebbene, in che modo è contestualizzata la finta vicenda di Sophie all’interno di un reale evento storico indiano? Solo alla fine del film, attraverso qualche semplice fotogramma dai telegiornali che documentavano la notizia. Niente di più. Non si sa nient’altro.

Non è forse un po’ troppo, invadere una dimensione estranea senza essere in grado di rispettare correttamente l’impatto di un evento così sconvolgente?

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