Iras Rovigo: decreti ingiuntivi per decine di migliaia di euro

iras rovigoSi torna a parlare della questione delle rette per i degenti dell’Iras. Quando lo Stato ha bisogno di soldi, alza le tasse. Quando l’Iras (Istituto rodigino di assistenza sociale) è in difficoltà col bilancio, chiede soldi ai familiari dei degenti ospitati e che non sono dotati di un reddito sufficiente a coprire l’importo della retta. E questa volta, col vecchio Cda, lo ha chiesto a brutto muso: con decreti ingiuntivi che passano attraverso il Tribunale. Due quelli già arrivati con certezza: uno da 40mila euro, uno da 28mila euro, Destinatari, appunto, i familiari. I due atti sono già nelle mani dell’avvocato Carlo Barotti di Rovigo, che senza alcun dubbio li opporrà. Per un motivo molto semplice: non esiste alcuna norma che imponga questo pagamento ai familiari del degente.
Non solo non c’è nessuna legge che imponga questi esborsi per i familiari, ma ce n’è una che li esclude con chiarezza: la legge 328 del 2000, vale a dire la “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”. Come dire: la Bibbia del settore. Allo stesso modo, ci sono state varie pronunce, negli anni passati, da parte del difensore civico regionale, ma anche del giudice ordinario, che hanno espressamente escluso obbligazioni di questo tipo.

Il caso di riferimento è quello delle persone con oltre 65 anni di età che sono riconosciute non autosufficienti dall’Ulss di riferimento, che tramite la cosiddetta “scheda Svama” ritiene necessaria per loro la cosiddetta “istituzionalizzazione”, ossia il ricovero in una struttura assistenziale. Il degente paga questa degenza col proprio reddito e, qualora questo non sia sufficiente, è escluso che debbano subentrare i familiari. Deve intervenire e pagare il Comune di ultima residenza. Tutto chiaro, semplice, lampante. Ripetuto anche dai giudici.
C’è un però. O meglio: l’Iras, come altre istituzioni del genere, sostiene che ci sia un però che in realtà non c’è. Numerosi istituti assistenziali, al momento dell’ingresso in struttura, fanno firmare ai familiari dei degenti una sorta di impegno a pagare eventuali scoperti. Il caso è già stato valutato negli anni passati da vari giudici del Tribunale di Rovigo, che hanno avuto una opinione unanime: un impegno del genere vale meno della carta sulla quale è scritto. Lo ha ben spiegato, in una sentenza di qualche anno fa, il giudice Pietro Mondaini, allora assegnato al civile, oggi giudice per le indagini preliminari, capo dell’ufficio. Il motivo è semplice: dal punto di vista civilistico, un impegno del genere è una specie di fidejussione indeterminata sia per durata che per ammontare. Una follia, insomma, che non ha nessun valore nel nostro ordinamento. Queste le tesi che saranno proposte per opporsi al decreto ingiuntivo.

 

di Elisa Dall’Aglio

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