Il Tar ha deciso: Andrea Bimbatti non siederà in Consiglio

bimbattiI giudici amministrativi hanno deciso. E non hanno accolto il ricorso. Niente da fare, dunque. Andrea Bimbatti, nome noto della politica rodigina, ex assessore comunale col sindaco Piva, non entrerà in consiglio comunale a Rovigo. Lo ha deciso il Tar, Tribunale amministrativo regionale, di Venezia, con la sentenza pubblicata giovedì 5 novembre, dopo l’udienza del giorno precedente. Il diretto interessato la prende con filosofia: “E’ un po’ come nelle partite di calcio – spiega – non sempre vince chi gioca meglio”. E trova anche una morale nella vicenda: “Speriamo almeno che sia servito a fare in modo che certi presidenti di sezione imparino a fare il proprio mestiere un po’ meglio”, sospira.

Il riferimento è alla folle situazione verificatasi nel corso delle operazioni di scrutinio, conteggio e verbalizzazione relative alle scorse elezioni amministrative di giugno. Quando, in tre sezioni (Mardimago, Concadirame, Rovigo 11) di fatto non vennero completati i prospetti riassuntivi, così da invalidare 1340 preferenze. Il nucleo del ricorso presentato da Bimbatti nei confronti del Comune di Rovigo e dei consiglieri Antonio Rossini e Carmelo Sergi, tutti costituitisi in giudizio, era il suo diritto a sedere in consiglio comunale, dal momento che la sua lista aveva ottenuto il 4,40% delle preferenze, senza però conquistare nemmeno un seggio. Bimbatti aveva quindi presentato varie censure a questo esito, sperando che questa lacuna potesse essere sanata dalla giustizia amministrativa.
Il primo problema sollevato riguardava l’ammontare esatto dei seggi spettanti alla maggioranza, alla luce sia della riduzione del numero complessivo di consiglieri comunali (da 40 a 32) sia del calcolo per arrotondamento del premio di maggioranza. L’avvocato di Bimbatti, Gabriele Testa di Padova, sosteneva che alla maggioranza, fatti tutti i conteggi, dovessero andare 19 seggi, non 20 come accaduto. Quello in questo modo liberatosi sarebbe allora spettato di diritto a Bimbatti.
Non è questo però il ragionamento corretto ad avviso dei giudici. La norma va nella direzione di garantire la governabilità, premiando quindi lo schieramento che a conti fatti si è aggiudicato la competizione. Bene quindi i 20 seggi alla maggioranza, hanno detto i giudici di Venezia.

Il secondo motivo al centro del ricorso era il paragone con la lista del candidato sindaco Paolo Avezzù, che – recitava il ricorso – con “solo” il 5,13% dei voti aveva ottenuto ben otto seggi. Questione superata, secondo i giudici, dal fatto che in questo caso si fosse poi proceduto all’apparentamento.
Infine il “caso” delle 1340 schede non conteggiate. Una situazione assolutamente fuori dalla norma, riconosce anche la sentenza, ma non è dimostrabile che in quel “malloppo” ci fossero preferenze distribuite in modo diverso rispetto alla media delle altre sezioni. Alla luce di tutti questi ragionamenti, il ricorso che era stato presentato è stato boccaito dal Tar.

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