La riforma che non piace al mondo della scuola

Buona scuola civatiLa Buona scuola o la scuola alla buona? Insomma la riforma della scuola, la “legge 107/2015”, anche in queste settimane in cui il piano delle assunzioni dei docenti è arrivato alla cosiddetta fase C, quella che interessa l’organico di potenziamento, continua a non convincere tutti e soprattutto molti insegnanti e addetti ai lavori.
Questa posizione critica è emersa chiaramente anche lo scorso 10 ottobre, in occasione della serata di confronto e dibattito, organizzata a Mira, dall’assessorato alle Politiche educative del Comune veneziano, cui hanno preso parte, fra i politici, per il Movimento 5 Stelle i deputati Silvia Chimiento ed Emanuele Cozzolino e la cosigliera regionale del Veneto Erika Baldin, l’assessore comunale Orietta Vanin oltre a Pippo Civati, fuoriuscito dal Pd e ideatore della formazione “Possibile”. La contestazione “politica” alla riforma è sul metodo oltre che nella sostanza, a partire, come ha avuto modo di ribadire anche in questa occasione Silvia Chimiento, dall’atteggiamento di totale chiusura del Governo “che ha rifiutato – sostiene – un reale confronto soprattutto con gli addetti ai lavori – gli insegnanti – producendo come risultato finale inaspettato ed evidentemente non voluto un processo di aggregazione nella scuola come da tempo non si vedeva contro la riforma stessa, che viene percepita come un attacco non solo alla scuola ma alla democrazia”.
Per chi è stata fatta la riforma?
Di fatto, sostiene ancora Chimiento, non risponde a quelle che sono le esigenze del mondo della scuola, a partire dalla stabilizzazione dei tanti docenti precari.
“Il piano di assunzione è un bluff – dice -: doveva abolire la supplentite e invece ha catapultato la scuola in un gran caos. Delle 148mila assunzioni sbandierate, di fatto ad oggi se ne contano 36mila, di cui 21mila dai pensionamenti e 15mila posti di sostegno, così come previsto ancora dal precedente ministro. Ci saranno le 55mila assunzioni, previste nella fase C, con cui si collocheranno i docenti stabilizzati in una sorta di limbo, costretti ad uno stravolgimento professionale che li porterà ad insegnare materie per le quali non sono abilitati.
Un piano assunzioni, questo, di cui il Governo si è servito per ricattare il parlamento e la società: l’approvazione della riforma in cambio delle assunzioni sbandierate”.
Critiche condivise dallo stesso Civati che sono state fra i motivi, ha spiegato il politico, della sua uscita dal Partito democratico e che hanno ispirato anche uno degli otto referendum per i quali a settembre è partita, senza successo peraltro, la raccolta di firme.
Si discute della legittimità della riforma anche in Regione Veneto, ha fatto notare la consigliera regionale Erika Baldin, soprattutto in merito alle competenze – in materia scolastica – che dovrebbero essere di pertinenza delle Regioni e su cui il Governo vuole con la Buona scuola interferire.
La Buona scuola non è però solo un terreno di scontro politico ma rappresenta un contesto entro il quale gli stessi insegnanti fanno fatica a ritrovarsi e che continuano a criticare. Sotto accusa l’eccessivo potere discrezionale in mano ai presidi, i limiti delle modalità di reclutamento degli insegnanti, la solitudine in cui sono lasciati i piccoli plessi con le loro oggettive difficoltà, le modalità con cui viene trattata la formazione dei docenti, tema quest’ultimo su cui ha invitato a riflettere Antonio Giacobbi, presidente dell’Associazione professionale Proteo Fare Sapere Veneto.
I genitori presenti si sono lamentati invece delle classi, cosiddette pollaio, e hanno espresso preoccupazione sulla ideologia gender. Preoccupazione su cui in blocco tutti gli intervenuti hanno rassicurato: sulla Buona scuola si può dire di tutto, ma non v’è traccia dell’intenzione di introdurre questa ideologia gender. Si tratta semmai di un equivoco creato ad arte da alcune associazioni cattoliche oscurantiste.

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