Calcio. Il campione, diversamente giovane dell’Ac Chioggia amatori

calcio amatori chioggiaLa storia è sempre la stessa. Ogni partita degli amatori AC Chioggia, giocatori e tifosi avversari lo vedono scendere in campo, sulla cinquantina, con qualche capello bianco, qualcuno azzarda un sorriso, un commento, una battuta. Eppure ogni volta che la partita finisce la scena è sempre la stessa. Quelle stesse persone sbalordite lo avvicinano per stringergli la mano e fargli i complimenti. Questo è Alessandro Doria, classe 1962, e una vita per il calcio.
Lo scorso giugno ha conquistato a Rovigo insieme ai suoi compagni dell’AC Chioggia la coppa interprovinciale UISP. Che effetto le ha fatto vincere sul campo l’ennesimo trofeo a 52 anni?
“Ovviamente ho vissuto per l’ennesima volta una grande emozione. All’effetto piacevole si è unita una strana sensazione, perché ho ripensato alla finale vinta nei primi anni 2000 quando giocavamo nel campionato della Riviera del Brenta. Allora credevo di aver coronato il mio desiderio, che durava ormai da parecchi anni, di vincere il campionato UISP, e per questo pensavo che fosse giunta l’ora di ritirarmi…ed invece eccomi ancora qua”.
Fascia di capitano al braccio, di sabato in sabato sta tuttora lottando per vincere un altro campionato. Dove trova ancora gli stimoli per scendere in campo?
“Lo stimolo più grande è la passione, per cui le fatiche non si sentono. Inoltre il contesto che si è creato favorisce molto (di questo grande merito va dato al responsabile della società AC Chioggia Gimmi Sambo e a tutto il gruppo dirigenziale composto da amici appassionati come Arturo Tiozzo, Denis Perini, Diego Zennaro e Vittorio De Gobbi), poi il gruppo  giocatori è affiatato e si sta veramente bene assieme”.
Le è mai balenato in testa l’idea di “attaccare gli scarpini al chiodo”?
“Come dicevo questo pensiero è durato un attimo, dopo di che non mi sono più posto limiti, dipenderà dall’integrità fisica e/o dal minore o maggiore entusiasmo nell’affrontare una nuova stagione”.
Ripercorriamo brevemente la sua carriera: quali e quando sono stati i suoi esordi? In quali squadre ha militato?
“Ho avuto la fortuna di iniziare la mia avventura con Boscolo Sandro “Pevare”: è stato per me un allenatore ma anche un educatore che mi ha trasmesso tanti valori positivi. Il mio esordio in prima squadra con l’Union C.S. è stato nel campionato di promozione 1979/80, era un Thiene-Union C.S. giocata il 09/12/79 (avevo 16 anni), finita 0-0. Poi ho giocato in prima categoria ad Ariano Polesine e a Porto Tolle, in seconda a Rosolina, in terza al Volto di Rosolina e a Ca’ Lino, ed infine il grande salto nel campionato amatoriale UISP”.
Qual è stata la squadra “più forte” con la quale ha mai giocato?
“Anche se siamo retrocessi, ho un ricordo positivo dell’anno passato ad Ariano Polesine. Abbiamo iniziato con 7 sconfitte, poi abbiamo cambiato allenatore e con mister Salini, da quel momento fino alla fine, abbiamo fatto un punto in meno della prima classificata. Nei vari campionati amatoriali ho sempre giocato con bravi giocatori e con squadre competitive, per cui senza far torto a nessuno dico che la squadra più forte sarà quella del prossimo anno”.
Qual è stata la partita giocata che non scorderà mai? Per quali motivi?
“Senza ombra di dubbio la finale disputata e vinta a Rovigo nel 2013 (vinta 5-3 d.c.r contro la Portotollese, n.d.r). Per tutto l’anno abbiamo giocato con mia moglie Betty nel cuore. Lei, salita in cielo il 9 ottobre del 2012, è stata il nostro dodicesimo uomo in campo. Non vi dico la sorpresa nel vedere le maglie commemorative e gli striscioni a lei dedicati, non lo dimenticherò mai”.
Qual è stato il traguardo sportivo (calcisticamente parlando) più importante raggiunto? Quello che l’ha emozionata di più?
“L’essere riuscito ad approdare in prima squadra con l’Union C.S., e quindi aver giocato nel mitico “Aldo e Dino Ballarin”, senza dimenticare le vittorie nei campionati amatoriali”.
Ci racconta brevemente un aneddoto particolare della sua carriera? Un momento che ricorda sempre con molto piacere?
“Stavo uscendo dal campo dopo l’amichevole Union C.S.- Catanzaro (che militava in serie A e doveva preparare la partita contro l’Udinese), ero assieme ad un giocatore del Catanzaro e alcuni ragazzini sono venuti a chiedere il mio autografo e non quello del ben più “illustre” collega.
Altro episodio in una amichevole contro il Padova dei vari Albertini, Benarrivo e Di Livio. Galderisi mi tira una pallonata in pieno viso, si avvicina per scusarsi ed io di rimando lo ringrazio…si è fatto una grassa risata”.
Uno sport? Una passione? Un hobby?…Cos’è il “calcio” per Alessandro Doria?
“E’ tutto questo assieme, è un aspetto della vita. E’ la vita”.
A livello educativo, nella crescita di un ragazzo che diventa uomo, cosa può regalare questo sport?
“Può dare tantissimo se, come in ogni ambito, il ragazzo trova davanti a sé un educatore con la “E” maiuscola, un vero maestro che ti fa compagnia in un pezzo della tua vita. Mi auguro che le varie società sportive siano attente soprattutto a questo aspetto, chiaro esempio di quanto detto lo ho potuto vedere nell’esperienza di alcuni amici che gestiscono la polisportiva “La Gagliarda” di San Benedetto del Tronto”.
Come si fa ad “innamorarsi” del pallone? Cosa si sente di dire alle centinaia di ragazzi che giocano a calcio a Chioggia?
“L’innamoramento come tutti gli altri aspetti della vita è un dato di fatto, un qualcosa che passa da una esperienza fatta, pertanto i ragazzini devono incontrare una cosa “bella” per potersi innamorare, fargliela trovare poi è una responsabilità di noi adulti”.
Andrea Boscolo Cegion

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