Alienazione genitoriale, come si comporta la legge quando si verifica

alienazione genitorialeSussistono delle situazioni ove la condotta di uno dei genitori assume carattere di estrema gravità, dando luogo ad un fenomeno conosciuto, nell’ambiente scientifico-medico, come sindrome da alienazione genitoriale, e consiste nel rifiuto immotivato del figlio a mantenere rapporti con il genitore non affidatario, rifiuto accompagnato da una forte e ingiustificata campagna denigratrice. Tale campagna denigratrice è il risultato diretto ed indiretto ad opera del genitore con il quale il figlio vive, e che ha fatto il “lavaggio del cervello” al figlio.

Sinteticamente può dirsi che il fenomeno consiste in un approccio relazionale da parte di un genitore, in genere quello convivente con il figlio, che tende in modo persistente e duraturo ad allontanare psicologicamente ed affettivamente il figlio dall’altro genitore, in genere il genitore convivente, e la sua famiglia d’origine, mettono in atto verso l’altro genitore una campagna di svalutazione e di denigrazione verso la sua immagine inducendo il minore a rifiutare il genitore.

Questo disturbo relazione con l’altro genitore pur non costituendo in un disturbo indi- viduale a carico del minore, rappresenta un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psoicoaffettivo del bambino. L’ambiente scientifico identifica e riconosce la alienazione genitoriale. La giurisprudenza solo di recente ha preso posi- zione sulla configurabilità di questo danno a carico del figlio, le decisioni non sono univoche, due sono le sentenze emanate dalla Suprema Corte entrambe del marzo 2013, menate nell’arco di due settimane e divenute storiche, anche se diametralmente opposte. La prima, Cass. I sez., 8 marzo 2013 n. 5847, conferma la possibilità di ritenere sussistente una sindrome da alienazione genitoriale, mediante accertamento da svolgersi con i normali mezzi di prova previsti nell’ordinamento (CTU psicologica sul minore). La seconda, Cass. I sez., del 20 marzo 2013 n. 7041 esclude in modo categorico la dignità ontologica della sindrome da alienazione.

È evidente che il dibattito giurisprudenziale non è sopito, anzi è evidente che nella giurisprudenza, anche di merito, sussistono orientamenti divergenti sia rispetto all’ambiente scientifico che rispetto alla giurispruden- za della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Infatti di diverso avviso è la giurisprudenza del CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), la quale in ben 3 sentenze condanna lo Stato Italiano al risarcimento del danno morale subito dai tre ricorrenti che hanno presentato ricorso avanti alla CEDU in quanto impossi- bilitati ad incontrare i figli a causa degli impedimenti frapposti dall’altro genitore. Tutti detti ricorrenti non avevano ricevuto da parte dei Giudici e dei Servizi Sociali incaricati dal Tribunale di seguire i casi, il necessario supporto, che invece avrebbero dovuto ricevere, per superare rapidamente le difficoltà relazionali con il figlio.

È auspicabile che sul punto si formi un indirizzo comune alla giurisprudenza, all’ambiente scientifico-medico, ed alla CEDU. Nonostante non sia riconosciuta pienamente la sindrome da alienazione genitoriale, nel nostro ordinamento sono previsti degli strumenti da attivare nell’ipotesi in cui si sia in presenza di una obiettiva difficoltà ad incontrare i propri figli, ed un genitore sia privato della sua genitorialità. Nell’articolo del prossimo mese si affronterà il problema degli strumenti da attivare in sede giudiziaria per evitare o limitare gli effetti pregiudizievoli derivati dalla privazione genitoriale.

 

Avvocato Marta Rossetti – Via Boschetto 5 – 30015 Chioggia (VE)
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