Umberto Veronesi, il rifiuto delle cure “fra accanimento terapeutico e eutanasia”

foto francesco noceCi avevano già presentati in occasioni istituzionali, ma ho conosciuto veramente Umberto Veronesi alcuni mesi prima della sua nomina a ministro della Sanità in un soggiorno montano durante le vacanze natalizie in Val d’Aosta. Era giunto per trovare alcuni comuni amici a La Thuile nell’albergo dove alloggiavo e ho avuto l’occasione di averlo come commensale seduto a tavola proprio di fronte a me. La conversazione, iniziata a pranzo, sempre di estremo interesse e di spessore davvero notevole quando si ha a che fare con personaggi di quel calibro, è proseguita per l’intero pomeriggio e poi a cena in una baita di alta montagna raggiunta in funivia in una serata limpida rischiarata da una luna particolarmente splendente. Gli argomenti della conversazione si sono ben presto spostati da argomenti scientifici, ineluttabili quando ci si incontra fra medici, ad interessi di politica sanitaria, (dopo pochi mesi sarebbe diventato ministro della Sanità), alle condizioni della salute e delle offerte dei servizi sanitari nel nostro paese,alle opportunità delle cure e all’equità di accesso alle stesse da parte dei malati nelle diverse aree geografiche, agli stili di vita, lui convinto vegetariano, unico quella sera in un contesto di colleghi che facevano onore ai prodotti valdostani compresi la carne e i formaggi, per concentrarsi poi sui grandi temi della bioetica, oggetto di particolari approfondimenti da parte della classe medica e profondamente sentiti dall’illustre personaggio. Umberto, (mi aveva chiesto di chiamarlo per nome e di dargli del tu come si conviene fra colleghi), da sempre favorevole all’aborto, all’eutanasia, alla liberalizzazione delle sostanze stupefacenti,sosteneva con pacatezza, ma con la forza che deriva da convinzioni radicate nella ragione laica (si professava decisamente ateo), i suoi convincimenti in un confronto che per la maggior parte vedeva su posizioni diverse i suoi commensali. Ancor oggi mi chiedo se le nostre posizioni fossero poi così distanti. A parte la liberalizzazione delle droghe,argomento che mi vedeva e mi vede assolutamente contrario per le mie esperienze professionali anche come responsabile scientifico del progetto Epicuro nella Regione Veneto sull’uso delle sostanze di abuso nei giovani, (esperienze che Umberto non poteva avere essendo il suo interesse rivolto quasi esclusivamente alle patologie oncologiche), per quanto riguarda l’aborto e l’eutanasia molte argomentazioni seppur apparentemente contrarie sembravano sfiorasi e quasi andare insieme, tanto da farlo sorridere dichiarando “siamo nelle più classiche convergenze parallele!”. Tutti quella sera convenimmo sulla drammaticità dell’aborto e sulle conseguenze fisico-psicologiche sulle donne e sul fatto che la legge 194/78 che ha di fatto depenalizzato l’atto abortivo in Italia è invero una legge sulla maternità responsabile per cui l’aborto in ogni caso diventa aborto terapeutico in rapporto alle condizioni di salute o alle condizioni economiche o sociali o familiari o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito e non può essere certo considerato come metodo contraccettivo.

In ogni caso comunque è previsto un iter procedurale per verificare i disposti legislativi  e l’atto dell’interruzione volontaria di gravidanza deve esser eseguito in strutture adeguate e autorizzate e solo su esplicita richiesta della donna. Le considerazioni poi sulla perdita della dignità umana, sull’alleviare il dolore fisico insopportabile, sull’accompagnamento fino all’ultimo respiro, sui casi clinici e sulle esperienze professionali riguardanti i momenti di fine vita ci trovarono in sintonia sulla libertà di scelta in piena coscienza di poter anticipare, in rapporto al proprio vissuto, alle proprie convinzioni e al proprio credo religioso le decisioni sul trattamento di fine vita fino al rifiuto di qualsiasi cura o terapia. Umberto però era oltre, era favorevole a praticare “la buona morte” non considerando l’atto eutanasico come atto a sé stante ma ritenendolo compreso in tutte quelle cure e terapie che devono riguardare non solo la vita ma anche l’accompagnamento alla morte ed era un accanito sostenitore per una legge sulle dichiarazioni anticipate di fine vita. In questo modo il prof. Veronesi ha deciso di andarsene, rifiutando cure che non avrebbero fatto altro che prolungare la sua agonia, accompagnato dall’affetto dei suoi cari che non hanno osato opporsi alle sue volontà. Il tempo cambiò improvvisamente quella notte, cominciò a nevicare in modo così abbondante che ci riportarono alla base della funivia con i gatti delle nevi e dove facemmo fatica a riconoscere le macchine, che avevamo laggiù lasciate, coperte come erano da un manto di neve fresca. Accompagnai il prof. con la mia macchina, dotata di quattro ruote motrici, fino a Courmayer, dove alloggiava, e durante il tragitto ci fu una piacevolissima conversazione sulla natura e sulle bellezze delle nostre montagne. Quando ho appreso che Umberto aveva deciso di “andarsene” rifiutando ogni terapia, rifiutando il cibo e l’idratazione ho ripensato a quella sera, alle sue convinzioni e alla sua coerenza esercitata sia in vita che in prossimità della morte. Non c’è dubbio che la scelta del modo di morire di Umberto Veronesi riaprirà il confronto sulle dichiarazioni anticipate di fine vita e sull’eutanasia non solo nel mondo medico e scientifico ma nelle coscienze e nella morale pubblica dell’intera comunità. Al riguardo sottolineo che il Codice Deontologico Medico nell’affrontare queste tematiche di bioetica sollecita il Medico a non intraprendere accanimenti terapeutici che non hanno più alcun effetto curativo, ma per lo più protraggono sofferenze inutili e, nel respingere il concetto di eutanasia come atto finalizzato a procurare la morte diretta impone a non abbandonare,”perchè non c’è più niente da fare”, ma ad accompagnare all’ exitus i malati terminali con il proprio conforto e con tutte le cure palliative di cui la scienza oggi dispone per alleviare le sofferenze fisiche.Anche se consapevoli che queste come effetto collaterale, a volte, possono anche accorciare i momenti di vita. Ho incontrato  altre volte il prof. Veronesi  in occasioni istituzionali quando era ministro o professionali come medico e scienziato ma quella giornata è ancora impressa nei miei ricordi, ricordi di un Uomo che non si dimentica!

 

dott. Francesco Noce

presidente Ordine Medici chirurghi e Odontoiatri Provincia di Rovigo

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