In Veneto una piscina ogni diecimila abitanti: a rischio la sostenibilità economica degli impianti

Una piscina ogni 10mila abitanti. È la proporzione che descrive il disagio crescente delle società sportive che gestiscono impianti natatori nel Veneto, un’attività la cui sostenibilità è messa sempre più a rischio dall’affollamento di un’offerta che supera abbondantemente le reali esigenze della domanda. Basti pensare che fino al 2008 la proporzione era di un impianto ogni 20mila abitanti, a conferma di come negli ultimi dieci anni la presenza di piscine in alcune aree del territorio regionale sia praticamente raddoppiata. Il tema è stato affrontato ieri nel contesto di un convegno di aggiornamento tecnico, svoltosi all’Hotel Crystal di Preganziol e promosso da Assonuoto, associazione regionale dei gestori di piscine, e FIN Veneto, comitato regionale della federazione nuoto, che hanno ribadito i parametri di riferimento per una gestione sostenibile degli impianti natatori: secondo uno studio di fattibilità realizzato da CONI e Regione Veneto nel 2008, prima della crisi economica, per la costruzione di una piscina pubblica coperta “tipo” (che consta generalmente di una vasca da 25 metri a sei corsie e una vaschetta per bambini e corsi di acqua gym di circa 100 metri quadrati), con un ammontare di ricavi lordi di un milione di euro e costi di gestione pari a 985mila euro, è necessario un bacino di popolazione di 37.687 abitanti in un raggio di 10 Km o di 10 minuti. «In questi ultimi anni in tutto il Nordest sono sorti numerosi impianti, realizzati anche in sinergia pubblico-privato, sulla spinta di una situazione economica che sembrava favorevole – afferma Roberto Cognonato, presidente di FIN Veneto – la crisi in questo settore è arrivata in ritardo e quando ha cominciato a farsi sentire i gestori hanno dovuto fare i conti non solo con il calo degli ingressi, dettato dalla minore disponibilità delle famiglie, ma anche con un’eccessiva concentrazione di strutture. Così si spiega come mai oggi dei 100 impianti pubblici presenti in Veneto almeno un terzo si trovi in situazione di difficoltà economica». Parallelamente hanno continuato a crescere i costi di gestione, specialmente per quegli impianti storici (progettati e realizzati negli anni Settanta, all’epoca del boom degli sport acquatici) che presentano strutture obsolete, estremamente bisognose di opere di manutenzione straordinaria. «Fino a quarant’anni fa le società si preoccupavano solamente di seguire e sviluppare le attività sportive – spiega Alessandro Valentini, presidente di Assonuoto – Il problema è sorto ad inizio Duemila, quando le amministrazioni comunali non sono state più in grado di sostenere i costi di manutenzione straordinaria e molte società sportive se ne sono assunte l’onere, sottoscrivendo piani finanziari molto impegnativi in cambio di un allungamento della convenzione stipulata con l’ente comunale. Il tutto, con il solo obiettivo di dare continuità ad un servizio alla comunità». Purtroppo, non mancano nel territorio casi di impianti abbandonati per impossibilità di sostenere gli alti costi di gestione, con enormi conseguenze in termini di impatto ambientale e sul paesaggio. D’altra parte, se le manutenzioni straordinarie coprono una fetta importante del bilancio di gestione di una piscina, struttura soggetta ad elevata usura, non da meno sono le spese per la manutenzione ordinaria (negli impianti più a norma pari ad almeno 70mila euro l’anno) e, soprattutto, quelle relative ai consumi energetici, voce appesantita dal recente aumento del costo della materia prima, pari al 38,2% per l’energia elettrica e al 56,7% per il gas: incrementi che hanno reso vani molti degli investimenti di efficientamento energetico realizzati dalle società sportive in questi anni.

«In questo quadro fosco, ciò che è a rischio è un servizio pubblico, a forte carattere sociale, che nonostante le difficoltà le società sportive continuano a svolgere per il benessere fisico della collettività e a favore di moltissime tipologie di utenti (bambini, adulti, anziani, disabili) – commenta Roberto Cognonato, presidente di FIN Veneto – Oggi sono oltre 740mila i veneti che praticano nuoto, una percentuale inferiore rispetto ad altri sport, ma bisogna ricordare che le discipline natatorie hanno dato lustro al Veneto in questi anni e continuano a farlo: basti pensare che il movimento regionale, tanto per fare un nome, ha espresso un’eccellenza come Federica Pellegrini, la più grande atleta italiana degli ultimi vent’anni. Questo perché le attività agonistiche in Veneto possono contare su tecnici tra i più preparati a livello nazionale e sulla serietà delle società sportive, che non hanno fatto gravare sull’utenza l’aumento dei costi (una lezione di nuoto, comprensiva di istruttore, acqua, docce calde, pulizie e organizzazione, costa attorno ai 4 euro, ndr)». «È necessaria una revisione delle regole che governano questo servizio e la sua distribuzione nel territorio – conclude Alessandro Valentini – La nostra regione non necessita di nuovi impianti, semmai di investire sugli esistenti, per garantire la continuità di un servizio alla comunità e la tenuta del movimento sportivo. Ci piacerebbe che tra le deleghe richieste nell’ambito del negoziato sull’autonomia del Veneto ci fosse anche quella allo sport, per poter intervenire e trovare una soluzione su base regionale a questa situazione».

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