Crisi e consumo del suolo: le contraddizioni dello sviluppo nella Bassa Padovana

La terra sanguina e piange. Con 29 milioni di metri quadri edificati per costruire capannoni, la bassa padovana sta progressivamente distruggendo il suo ambiente naturale. Il 20% del patrimonio edilizio produttivo è abbandonato: 5,8 milioni di metri quadri di strutture in cemento che non vengono utilizzate e rappresentano solo un terribile errore di valutazione. A completare lo scenario apocalittico si aggiungono 8,2 milioni di metri quadri di terreni inutilizzati e pronti ad ospitare altri mostri di cemento. Una perdita che tradotta in valore immobiliare si aggira intorno ai 3 miliardi di euro. Sono questi i numeri sconvolgenti forniti dai relatori del dipartimento Icea dell’Università di Padova. Una valutazione emersa in occasione del convegno organizzato dalla Fondazione Radicanti e Ruzantini. Analisi, valutazioni quantitative e qualitative, ma pure esempi concreti, come quelli presentanti dal sindaco di Monselice Francesco Lunghi a proposito del caso della piattaforma logistica e di trasformazione agroalimentare Agrologic di Aspiag, si sono susseguiti in un convegno dal sapore amaro e dolce allo stesso tempo. I numeri dei capannoni dismessi fanno girare la testa: nelle zone destinate agli insediamenti industriali, di Monselice, Este, Montagnana ma pure del Conselvano, del Piovese e del Camposampierese, il 20% circa dei capannoni industriali, rispetto ad una superficie totale di oltre 29 milioni di metri quadrati edificati, sono ad oggi in stato di abbandono o dismesse. Nel frattempo circa un terzo delle superfici, 8,2 milioni di metri quadri, sono inseriti nei Piani Regolatori come edificabili in ambito produttivo ma non ancora costruiti. Numeri drammatici per un territorio che ha lasciato sul terreno circa 1.900 imprese rispetto all’inizio della crisi, circa il triplo, a livello percentuale, di quanto perso dall’area metropolitana di Padova. Numeri che farebbero venir voglia di non costruire più nulla e di smettere di violentare un territorio già irrimediabilmente vessato. Ma è pur vero che l’economia sta attraversando un periodo difficile e non è possibile fermare la proliferazione industriale nei pochi casi in cui è sostenuta da progetti a lungo termine. Molto indicativo il fatto che più ci si allontana dal capoluogo e più l’abbandono cresce: le punte di abbandono superiori al 30% sono state nell’area vasta del montagnanese mentre va meglio il piovese dove la percentuale di edifici industriali dismessi oscilla tra il 5 e il 15%. “Dopo uno sviluppo importante ci troviamo a fare i conti con una pesante deindustrializzazione – ha detto il Presidente della Fondazione Radicanti e Ruzzantini Remo Realdon – Uscire dalla crisi con un nuovo modello economico è una sfida che in parte abbiamo già vinto quando, ancora due anni fa, avevamo organizzato un altro convegno di respiro regionale assieme a Icea sul tema del recupero e della riqualificazione delle aree industriali devastate dalla crisi”.

Emanuele Masiero

About Giorgia Gay

Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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