Cercatori di identità e d’anima: i protagonisti del nuovo romanzo di Barbara Buoso

Il nascere e il morire stanno alla vita come le uniche due realtà certe che il pugno dell’uomo tiene saldamente in mano. Apparentemente semplici, naturali. Ma non è così. Tanto che la cronaca ci racconta tutti i giorni di come, ormai per molti, sia diventato complicato sia venire a questo mondo sia lasciarlo. Barbara Buoso, scrittrice rodigina, sa raccontare abilmente quanto possa essere complessa la quotidianità di ogni nostra semplice vita, e lo dimostra anche in questo suo ultimo romanzo “E venni al mondo”.

Un libro schietto a cui servono poche pagine per descrivere l’incertezza su cui si reggono le vite e le identità dei due protagonisti principali. Mauro, concepito dalla madre nel peccato, sembra chiamato a scontare per sempre una condanna, la dura sentenza del destino. Medusa, però, che sta in lui come la bellezza e l’arte, lo induce a sfuggirgli, a cercare altro, a guardarsi davvero e a riconoscersi, soprattutto, nella sua vera natura. E poi c’è Marzia, una ragazza solitaria che lo incontra in un luogo buio e però magico: il cinema dove lei lavora senza entusiasmi, scegliendo i film che illumineranno il grande schermo solo per pochi spettatori. A volte solo per sua madre. Le pellicole che scorrono sullo sfondo dei loro giorni insieme raccontano una città, Rovigo, dai colori sonnolenti, circondata da una campagna lontana ma sempre presente.

I film che si susseguono illuminano interni di case e famiglie che vivono grandi e piccoli drammi: la nostalgia e il tedio dei ricordi legati ad un mondo che non c’è più, come quello della campagna e della mezzadria; l’onore degli operai e la loro fedeltà alla fabbrica; incomprensioni, malattie difficili da tradurre a parole, matrimoni stanchi e probabilmente sbagliati. E tra tutto questo spicca lo scorrere della vita di due giovani “fiori di zucca” che cercano la propria identità scalando una stessa rete di recinzione: chi restando, incapace di andare oltre, e chi fuggendo dal proprio paese e delle proprie radici, forte del desiderio che solo il cielo sa far germogliare nel cuore umano. La Buoso, che già con i libri precedenti si era distinta per la sua capacità di far uso del linguaggio dialettale senza farsi travolgere da esso, anche qui gestisce abilmente la lingua misurando il tono sulle esperienze dei suoi personaggi. Tiene il passo lento e tipico del dialetto veneto, sceglie alcuni termini dialettali e, tra le righe, li consegna al lettore ricchi dei colori e delle immagini autentiche che sanno comunicare. E così facendo li salva dall’oblio a cui, purtroppo, va incontro la nostra antica lingua: il vernacolo nobilitato dal Beolco, Ruzzante.

Germana Urbani

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