Bottrighe: recuperare l’ex zuccherificio

Da tempo tiene banco la bonifica del sito ex Poliychimica, già zuccherificio, conclusa in parte. Un’area che potrebbe, una volta liberata da ogni vincolo e soprattutto completamente bonificata, diventare appetibile e interessare per eventuali espansioni, anche per i vicini della Mater-Biotech del colosso Novamont, che hanno realizzato nell’ex stabilimento Ajinomoto, il primo impianto al mondo di biobutandiolo per la realizzazione delle plastiche biodegradabili.

Dell’ex zuccherificio di Bottrighe, altro non rimangono che i due grandi silos che immagazzinavano trecentomila quintali di zucchero e che, durante i mesi post campagna saccarifera, venivano poi ripresi nell’apposito reparto ed imbustati per la vendita, quando ancora esistevano i macchinari, per il confezionamento in pacchi e scatole, per le classiche bustine e per i sacconi o direttamente in cisterne che proseguivano per l’impiego nell’industria dolciaria. Tutto il resto della storica fabbrica è stato abbattuto anni fa, ancor prima l’antico camino che aveva lasciato posto ad una centrale elettrica mai entrata in funzione e che nei progetti dell’allora Ajinomoto avrebbe dovuto fornire energia e vapore a quello stabilimento.

Rimane però una palazzina di interessante valore architettonico, è l’edificio stile anni venti, costruito qualche anno dopo la messa in funzione dello stabilimento con la prima campagna saccarifera dell’agosto 1914. La palazzina fu sede degli uffici direzionali dello zuccherificio, poi anche uffici dell’ex Polychimica. Il segno del tempo e dell’abbandono dell’edificio continua inesorabile e sarebbe un peccato che ciò andasse perduto. Chiaramente l’area è ancora legata al curatore fallimentare, ma la nuova amministrazione comunale, che sarà eletta a Maggio prossimo, potrebbe cogliere l’idea di tentare di tenersi per sè la palazzina e la circostante area, cercando magari di valutare la possibilità e l’esistenza per accedere a finanziamenti europei per il recupero dei siti di archeologia industriale. Ma anche un eventuale accordo pubblico-privato. L’edificio, ristrutturato e mantenuto ovviamente nel suo aspetto, costituirebbe un punto di incontro e cultura, magari diventando anche sede di un centro di ricerca storica. Si potrebbe ipotizzare altresì un museo dell’industria saccarifera, quale centro di memoria della storia della comunità polesana, ricordo, per i residenti in loco, di quello che fu l’intera area che in settantasette anni diede lavoro e benessere a migliaia di persone.

Roberto Marangoni

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