A Borgoricco parla il custode della cultura contadina: “Lascio un segno del passato”

Grande appassionato di ricerche storiche, attivo nel mondo politico e istituzionale locale, impegnato nel sociale e nel volontariato, Gianfranco Caccin, 68 anni di Sant’Eufemia, fin dall’infanzia raccoglie e conserva antichi oggetti legati alla cultura contadina locale. Una passione che gli ha fatto collezionare nel corso del tempo oltre 500 pezzi, molti dei quali indefinibili nella lingua italiana, come gli “ansoeti”, piccole zappe per la pulizia delle botti in legno o le “baree”, carretto usato un tempo per il trasporto di oggetti particolarmente pesanti. Un patrimonio prezioso in termini storici che Gianfranco custodisce con molta cura, lasciando gli attrezzi allo stato originario, senza restauri non necessari, perché possano raccontare meglio la storia di cui sono stati testimoni. Ha creato un vero e proprio museo.

Che valore può avere la collezione?

“Ha un valore storico immenso. Colleziono questi oggetti perché non siano dimenticati i sacrifici e le fatiche dei nostri nonni. Quello che abbiamo è merito loro. Mi impegno, anche economicamente, per lasciare un segno del passato soprattutto per le generazioni future. Mi dispiacerebbe che i giovani perdessero la conoscenza delle loro origini”.

È per questo che la chiamano a fare lezioni anche a scuola?

“Sì, collaboro con diverse scuole del territorio. Finora ho incontrato circa duemila ragazzi ai quali racconto la storia, della prima guerra mondiale o della civiltà rurale, a partire dai reperti che porto in classe. L’attenzione è sempre molto alta”.

A quale oggetto è più affezionato?

“Amo ogni pezzo che ho trovato perché ogni oggetto racconta una storia particolare. La vecchia civiltà contadina era una civiltà autarchica. Ogni famiglia si fabbricava da sé gli arnesi di cui aveva bisogno e non è quindi raro trovare pezzi unici nel loro genere, mai visti magari neanche dai più anziani del paese”.

E il pezzo più antico?

“Recentemente ho acquistato una macina in pietra del 1780, perfettamente funzionante con tanto di dosa grani. Molte pizzerie mi hanno chiesto se era in vendita ma ho sempre rifiutato. È un gioiello che conservo gelosamente”. Ultimamente si è dedicato a un’attività molto diffusa nel secolo scorso a Sant’Eufemia, la produzione di scope di saggina. “Nella metà del Novecento questa attività rappresentava la principale fonte di reddito per la gente del paese. Sono riuscito a recuperare tutti gli attrezzi che al tempo venivano usati per fabbricare le scope e poi, per dare una dimostrazione pratica del lavoro, ho fatto realizzare da un mobilificio delle sagome a grandezza naturale che riproducono la manualità di utilizzo di ogni strumento”.

Ha mai pensato di trasformare questa collezione in una sorta di museo?

“Gli adempimenti burocratici sono molti per dar vita a un museo. Su consiglio di un esperto, sto realizzando degli opuscoli con le foto di alcuni oggetti particolari corredati da una spiegazione sul loro uso sia in lingua italiana che in dialetto veneto così da lasciare una memoria scritta”.

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