Com’è cambiato il Veneto in cinque anni

Sono passati appena cinque anni, ma sembra trascorsa una intera era geologica a guardare lo scenario politico. Il 2014 era l’anno dell’inarrestabile ascesa del Pd di Matteo Renzi, capace di contagiare col suo entusiasmo e la sua voglia di cambiamento anche un Veneto che ai democratici ha sempre guardato con malcelata sfiducia.

Le europee furono l’apice di una stagione che faceva sognare l’autosufficienza e che si era aperta appena tre mesi prima con la nomina di Renzi a presidente del consiglio, dopo la “non vittoria” di Bersani alle politiche del 2013 e il governo di Enrico Letta. Anche in Veneto fu un trionfo: nella circoscrizione Nordest il Pd prese il 43,5% e 6 seggi all’europarlamento, eleggendo la vicentina Alessandra Moretti con 230 mila preferenze e il padovano Zanonato con quasi 100 mila. Tre seggi andarono ai 5 stelle col 19%, solo 2 a testa a Forza Italia e Lega, col Carroccio sotto il 10%.

Un seggio al Nuovo centrodestra e all’Svp. L’anno dopo, alle regionali, il clima era già cambiato bruscamente. Tramontato l’”effetto Renzi”, il Partito democratico si ferma al 16% e l’intera alleanza che sostiene Alessandra Moretti non arriva al 23%. Meglio dei 5 Stelle, che superano a fatica il 10%, ma abissalmente distante dal centrodestra che garantisce a Zaia il 50% dei voti nonostante l’ex leghista Tosi si presenti da solo sfiorando il 12%. Alle elezioni politiche del 2018 Matteo Renzi c’è ancora, non a capo del governo ma a segretario di un partito che vede evaporare più della metà del consenso ottenuto quattro anni prima scendendo sotto il 20%. Un risultato così negativo da spingere l’ex rottamatore a dimettersi, restando in Parlamento come senatore mentre nasce la nuova era gialloverde. Non meno impressionante è la parabola di Forza Italia: dal 13% che il partito di Berlusconi era ancora riuscito a ottenere alle europee del 2014, dopo aver governato per vent’anni la regione con il “doge” Galan, al 6% delle regionali per risalire al 10 alle scorse politiche.

Ma più che i voti assoluti conta il rapporto con quelli della Lega, un tempo alleata e ormai vero motore del centrodestra: anche tralasciando le regionali, viziate dal credito personale del governatore Zaia, lo scorso anno in Veneto il rapporto è stato di 3 a 1, 32,2% a 10,6%. E le ambizioni di Fratelli d’Italia di diventare la seconda gamba del centrodestra, come esplicitamente dichiarato in queste settimane, potrebbero anche trovare una clamorosa conferma nelle urne. Quanto ai 5 Stelle, nel 2014 erano reduci dal successo alle politiche dell’anno precedente e ottennere 3 europarlamentari con il trevigiano David Borrelli primo per preferenze. Le regionali non li hanno premiati, ma il 24,4% ottenuto in Veneto lo scorso anno ha dimostrato ancora una volta la differenza tra voto amministrativo e politico.

Tutti gli altri sembrano già esclusi in partenza dalla conquista di un seggio: almeno sulla carta, ma basta rileggere i saliscendi di questi ultimi 5 anni per capire quanto l’elettorato veneto sia volubile e spesso imprevedibile.

M.P

Lascia un commento