Autonomia, il traguardo si allontana

Il ministro Boccia frena le regioni: prima definiamo i livelli essenziali delle prestazioni. Il politologo Feltrin: anche Salvini sapeva che gli avrebbe fatto perdere milioni di voti al sud

E adesso che è cambiato il governo e la Lega è finita all’opposizione, che cosa accadrà delle richieste di autonomia del Veneto e delle altre regioni? La sensazione, specie dopo l’incontro tra il governatore Zaia e il ministro Boccia, è che siano destinate a finire nel cassetto. O quantomeno che dovranno aspettare un bel po’, sempre che alle parole seguano i fatti.

Il neo ministro, pugliese, è arrivato a Venezia promettendo ascolto ma con le idee chiare: l’autonomia differenziata va bene, ma “c’è bisogno di dire che tra Sud e Nord non c’è una competizione aperta. Bisogna rimettere insieme il Paese, non dobbiamo far diventare l’autonomia un tema divisivo né uno strumento di lotta politica”.

E dunque, spiega Boccia, prima bisogna definire i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). In altre parole, bisogna scrivere nero su bianco quali sono i diritti e i servizi che vanno garantiti a tutti i cittadini, indipendentemente da dove abitino e da quanto guadagnino. Giustissimo, in teoria. Il fatto è che la definizione dei Lep, così come è stato per quella dei famosi “costi standard”, rischia di trasformarsi in una storia infinita.

E con tutte le urgenze che un governo comunque fragile si troverà ad affrontare nei prossimi mesi, è facile prevedere che di passi in avanti non se ne faranno molti né troppo in fretta. Uno scenario che difficilmente aiuterà a rasserenare i rapporti tra Regioni e governo, specie considerando che tutto il fronte del Nord a guida centrodestra ha appena depositato la richiesta di referendum abrogativo della parte proporzionale dell’attuale legge elettorale, ultimo atto di forza voluto da Salvini dopo il passaggio all’opposizione e prima della grande manifestazione organizzata a metà ottobre a Roma. Ma che l’autonomia non veda la luce per “colpa” del nuovo esecutivo, possono affermarlo solo i più convinti sostenitori del Capitano.

In realtà basta scorrere l’anno e mezzo di governo giallo-verde per verificare come proprio questo tema sia tra quelli che hanno accumulato più rinvii, proclami e rimpalli, con buona pace del famoso “Contratto di governo” e delle promesse di Salvini. A frenare in maniera palese sono stati i 5 Stelle, che al sud hanno trovato il loro più importante bacino elettorale. Ma forse, sotto sotto, lo stesso leader della Lega ha capito strada facendo che l’autonomia delle regioni del nord gli avrebbe procurato più fastidi che vantaggi. Una conferma di quelle che a lungo sono state considerate poco più che illazioni è venuta a fine settembre da Paolo Feltrin, docente all’università di Trieste, tra i più conosciuti politologi, “mente” dell’Osservatorio elettorale della Regione Veneto, che in una intervista ai quotidiani del gruppo Gedi ha scoperchiato il vaso di Pandora.

“Un sondaggio attendibile e riservato – ha spiegato Feltrin – ha avvertito Salvini che il via libera alla riforma autonomista al nord avrebbe comportato un crollo di consensi nel Mezzogiorno stimato tra i quattro e i cinque milioni di voti”. Un salasso che avrebbe cancellato ogni speranza della Lega di sfondare oltre il Po diventando un vero partito nazionale.

E così, rimanda oggi rimanda domani, quando Salvini ha capito che Veneto e Lombardia non erano più disposte a stare ferme e con una manovra finanziaria pesante di fronte, avrebbe preferito aprire la crisi. Interpretazione fermamente smentita da Zaia, ricordando anche numeri alla mano il successo della Lega alle europee nelle regioni del sud. Eppure, il dubbio resta. Aspettando i Lep, i costi standard e una maggioranza in parlamento che finora nessuno ha trovato, quale che fosse il colore del governo.

About Giorgia Gay

Giornalista professionista, nata sulla carta ma con un'anima social e una passione per le web news

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