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L’ospedale di Schiavonia ha retto l’onda d’urto del Coronavirus

Ad oltre due mesi dall’esplosione del contagio usati per metà i posti per il Coronavirus all’ospedale di Schiavonia

Ospedale Schiavonia

Quelli appena passati sono senz’altro i mesi più difficili e impegnativi della sua breve ma comunque intensa storia. L’opedale di Schiavonia è il Covid Hospital della provincia di Padova, ossia l’ospedale di riferimento per la cura dei malati di coronavirus. In pochi giorni qui sono stati allestiti quasi 400 posti per la cura del Covid-19, che fortunatamente sono stati utilizzati praticamente per la metà.

La vera emergenza per il “Madre Teresa”, è scattata in realtà molto primaquando qui sono stati confermati i primi due casi di contagio per il Veneto, . Il presidente regionale Luca Zaia ha ordinato l’immediata chiusura dell’ospedale. La struttura, pur con qualche deroga, è rimasta sigillata per i primi 15 giorni, fatta eccezione per una breve parentesi di tre giorni, è stata quindi riconvertita in Covid Hospital. I pochi posti di Terapia intensiva, tra le altre cose, sono saliti a 50.

Coronavirus, Schiavonia: parla il personale sanitario dell’ospedale

“Qui prima c’erano 12 posti letto. In pochi giorni ne abbiamo allestiti 50. Sono stati reperiti in tempi record letti, ventilatori, monitori e tecnologia elettromedicale di qualità altissima” spiega Fabio Baratto, montagnanese di 58 anni, direttore di Anestesia e Rianimazione e responsabile della Terapia intensiva di Schiavonia “Sono state riconvertite a Terapia intensiva intere aree, dall’Unità coronarica alle sale operatorie. E poi il personale: sono arrivati infermieri da altri reparti, magari con poca esperienza di intensiva. Nel giro di una settimana la loro professionalità ha permesso la perfetta integrazione”.

L’organizzazione, stando ai numeri forniti da Azienda Zero, ha decisamente retto l’emergenza. “Dei 50 posti a disposizione, non ne abbiamo mai occupati più di 30. C’è una grande possibilità di spazio per ricovero, quindi ottime garanzie per eventuali altre emergenze”, continua il direttore Baratto. Il “Madre Teresa”, anche ad oggi che i numeri rinfrancano e le dimissioni superano gli ingressi, continua tuttavia a operare come se l’allerta fosse massima. Ad esempio, sono state allestite tende di contenimento pressurizzate per la Terapia subintensiva negli ex reparti di Chirurgia e Ortopedia.

I protocolli di sicurezza nella struttura sono applicati alla lettera: dal controllo della temperatura corporea per chi entra al rispetto delle distanze di sicurezza tra operatori, passando per il mantenimento delle 12 tende della Protezione civile mai utilizzate. Un’altra tenda, davanti al Pronto soccorso (oggi Punto di primo intervento), fa da triage per chiunque debba accedere al reparto: il primario Roberta Volpin ha riorganizzato il suo Pronto soccorso dividendo l’area in una zona per contagiati o sospetti infetti e in un’altra per tutti gli altri. In attesa del “fine emergenza”: quando anche il “Madre Teresa” sarà tornato alla normalità, allora il Covid-19 davvero non farà più paura.

Nicola Cesaro

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