Home Breaking News Padova, settant’anni di Cuamm, parla don Dante Carraro

Padova, settant’anni di Cuamm, parla don Dante Carraro

Con tutte le misure necessarie e con un numero ridotto di partecipanti, ma all’appuntamento più importante per il settantesimo compleanno del Cuamm il 7 dicembre al Gran Teatro Geox don Dante Carraro non ha intenzione di rinunciare

Don Dante Carraro

“Siamo segnati dai limiti, ma determinati. Guai a pensare che quelli come noi prendano paura”. Il direttore della Ong più longeva d’Italia – che sarà insignito dell’onorificenza di commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – in questi mesi di pandemia ha dovuto cambiare radicalmente i propri piani. Quelli di lavoro, ma anche quelli di un anno così speciale: un 2020 che segna un traguardo storico per Medici con l’Africa proprio in concomitanza con Padova capitale europea del volontariato. Tante cose sono cambiate. La determinazione, la volontà e l’entusiasmo di don Dante non sono state condizionate dal Covid-19.

Le parole di Don Dante Carraro

“Sono abituato a lavorare nel Cuamm. Certo, le ferite ci sono perché questo virus ha toccato pesantemente il nostro territorio, le famiglie, la comunità. Davamo per scontate cose che non ci sono più. Con dolori e pesi da portare. Tutto va riconosciuto e vanno date risposte. Per questo – racconta – abbiamo voluto dare segni di vicinanza al territorio “. Un respiratore per l’ospedale di Schiavonia, aiuti concreti a Carate-Brianza, Cremona, Parma. “Siamo gente che non prende paura, ma questa situazione va affrontata con coscienza, con tutte le energie possibili e anche impossibili. Il nostro cammino va modificato ma continuato”.

Cuamm è presente in Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda. Hanno affrontato la malaria, poi l’ebola. Adesso il coronavirus, che sta mettendo in pericolo il lavoro sul campo. “In Africa il virus si sta diffondendo con una crescita costante del 10-15 per cento al giorno, ma – afferma don Dante – siamo assolutamente certi che si tratti di numeri largamente sottostimati per la mancanza dei tamponi al di fuori delle capitali. Non conosciamo ancora i dati sulla mortalità, anche se va considerato che il cinquanta per cento della popolazione africana ha un’età media sotto i diciotto anni e quindi si presume che il numero dei morti sia inferiore rispetto al resto del mondo”. Il direttore di Medici con l’Africa racconta di un lockdown severo e tempestivo di 42 stati su 54. Tutto chiuso per proteggere e contenere: aeroporti, strade, metropolitana, scuole, università, chiese. “Si sono molto spaventati da quanto vedevano succedere in paesi come il nostro, con un sistema sanitario molto lontano dal loro”. La preoccupazione maggiore per i prossimi mesi don Dante ce l’ha per gli effetti indiretti del lockdown.

“Ci sono villaggi e zone sperdute in cui da mesi non si effettuano le vaccinazioni, in cui le donne devono partorire in casa con grandi rischi, in cui i bambini sono malnutriti perché non arriva il cibo. I pazienti tubercolotici o con Hiv non possono raggiungere gli ospedali e sono senza terapia quotidiana”. Per non parlare della povertà assoluta. “ Il virus sta facendo ritornare una grandissima percentuale della popolazione in quell’estrema povertà da cui stava provando ad uscire

Il male da combattere si chiama fame. In Sud Sudan in questo periodo stiamo distribuendo cibo”. Era il 5 gennaio 1955 quando il chirurgo vicentino Anacleto Dal Lago si imbarcò con la moglie, sposata da alcuni giorni, alla volta di Mombasa, dove in tredici anni aprì una scuola e un ospedale. Fu il primo medico per l’Africa. La cooperazione da allora è cambiata. “È cambiato il Cuamm, che nel 1970 ha iniziato a ragionare per progettualità. Oggi siamo nella terza fase, con tanti progetti e un lavoro basato sui risultati concreti e contabilizzati. Sono cambiati i donatori, che chiedono efficienza e trasparenza”. Forse non è cambiato don Dante, uomo dalla doppia vocazione. Cosa rara nella vita. “La medicina – confessa – mi ha appassionato potentemente, ma c’era qualcosa che mi portavo dentro, anche di faticoso, per completare quella vocazione che mi faceva dedicare agli ammalati. Poi Dio mi ha chiamato e mi ha mandato verso i poveri. Ho trovato la mia più grande libertà, la pienezza e la gioia di vivere: fare il bene degli altri”. Non vede l’ora di ripartire, don Dante. Sta controllando aeroporti e voli, sta controllando le misure di quarantena. Partirà. L’Africa lo chiama perché ha bisogno di lui. Un’Africa in cui “si va avanti nonostante tutto e non ci si spaventa mai”.

Sara Salin