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Piove di Sacco, Coronavirus: “Il medico di reparto ci disse: ci siamo, prepariamoci al peggio. Poi fu il delirio”

All’ospedale “Immacolata Concezione” primi segni di un lento ritorno alla normalità dopo il picco dell’emergenza Coronavirus

Ospedale Piove di Sacco

Il terzo piano del nosocomio, dallo scorso 21 febbraio trasformato in “reparto Covid- 19”, è ritornato a fine giugno alla sua originaria destinazione, quella di ospitare l’Unità Riabilitativa Territoriale (Urt) che ritornerà in piena funzione da settembre. Così come è stato il primo reparto interamente “Covid” allestito in provincia, è stato anche il primo a chiudere dopo oltre trenta giorni senza nuovi pazienti positivi.

Quattro mesi vissuti ad alta intensità emotiva, soprattutto dal personale sanitario che, dal giorno alla notte, si è ritrovato a fare i conti con una situazione impronosticabile fino a qualche ora prima. Il reparto ha fatto fondamentalmente da anticamera per i pazienti positivi prima di essere trasferiti a Schiavonia o, nel migliore dei casi, messi in isolamento fiduciario nelle proprie abitazioni. Roberto Boscolo, infermiere dell’Urt, alla stregua di un urlo liberatorio, ha voluto raccontare l’esperienza, sua e dei colleghi, durante queste lunghe settimane con un post su Facebook.

I ricordi dell’inizio pandemia Coronavirus

“Siamo stati i primi – esordisce Boscolo – non lo dico per vanto nostro, perché è stata una strategica e vincente decisione presa dalla Direzione medica per arginare una situazione drammatica. Noi del reparto siamo stati l’arma adeguata, impugnata necessariamente nel momento giusto. Abbiamo messo la nostra professionalità e abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo al pari di tanti altri colleghi nella nostra stessa situazione”. L’infermiere ripercorre quelle prime ore concitate della sera del 21 febbraio.

“Roberto scusa l’ora – prosegue – sono in reparto, abbiamo un problema, puoi venire? A chiamarmi era il medico responsabile clinico del reparto. Non chiesi neanche il motivo della chiamata, andai di corsa e basta! Quando arrivai mi disse che dovevamo evacuare il reparto per emergenza sanitaria. Era la sera della chiusura dell’ospedale di Schiavonia. Così il nostro reparto riabilitativo, con la chiusura di Schiavonia, è diventato immediatamente il primo reparto Covid-19 della provincia. Nessuno aveva idea di quello che sarebbe successo e dei repentini cambiamenti nel tempo a venire. Dopo pochi giorni dopo metà reparto era in mano ai rianimatori, l’altra metà ai nostri medici internisti”.

Non sono stati giorni facili. “Abbiamo iniziato – continua – ad accogliere pazienti “tamponati” dal Pronto soccorso in attesa del responso. Appena due giorni dopo, il primo esito di tampone positivo. Ricordo bene quando, incrociando lo sguardo, il medico di reparto mi disse “Ci siamo, prepariamoci al peggio”. E’ stato proprio così. Hanno cominciato ad arrivare solo pazienti positivi. Un delirio sentire tossire per ore. Rivivo la condivisione delle paure, delle incertezze e dell’incubo di portare il morbo in famiglia malgrado l’autoisolamento che ci siamo imposti. Le maschere compresse al volto, le visiere e gli occhiali protettivi sempre appannati, i segni sul viso di tutti.

Le parole di umana vicinanza ai famigliari lontani dai loro cari. Lacrime nascoste e raccolte nella mascherina, quando misi in contatto un marito ultraottantenne di una nostra paziente sentendo che gli diceva che l’amava, che era la vita sua, rassicurandola.
Questo e altro è stato il valore aggiunto. Il nostro è stato uno staff disomogeneo nelle attività ed esperienze, ma che è riuscito a unire conoscenze e competenze. Tanta forza di volontà e senso del dovere, nessuno si è mai tirato indietro”.

Alessandro Cesarato

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