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Codevigo, allarme per la frutta bruciata dal sole

Frutta e verdura ustionati dal sole a causa del caldo record. Nella frazione di Conche a Codevigo, da sempre terra votata all’ortofrutta con colture d’eccellenza, la situazione è davvero critica.

Con le temperature che sfiorano i 40 gradi è allarme colpi di calore e ustioni per i prodotti della terra pronti alla raccolta.

«Siamo costretti» racconta Andrea Pozzato, giovane titolare di un’azienda agricola locale «a scartare gran parte della produzione per l’eccessiva maturazione del prodotto. Il fatto è che, in una situazione di emergenza climatica come questa, non è possibile neppure esagerare con l’irrigazione». Le piante, per l’eccessivo calore, danno tutto se stesse, con l’effetto di trovare sul campo zucchine, cetrioli, angurie e meloni, dalle misure eccessive, già troppo mature e quindi in via di deperimento. «La maturazione» continua Pozzato «avviene in pochissime ore. Bisogna quindi raccogliere continuamente per evitare che ci sia un’eccessiva crescita che comporta una qualità che si abbassa notevolmente. Raccogliamo pomodori e peperoni che presentano già ustionate le parti venute a contatto con il terreno incandescente. Ci troviamo a fare i conti con uno scarto incredibile, dovendo lasciare a terra la maggior parte del raccolto». Il problema riguarda purtroppo gran parte delle coltivazioni a livello regionale. Coldiretti Veneto lancia l’allarme per i prodotti pronti alla raccolta che rischiano così di essere buttati, vanificando un anno di lavoro.

Sono gli effetti del grande caldo e dell’assenza di precipitazioni distribuite nel tempo in un 2020 che con un inverno mite e piogge praticamente dimezzate si classifica come il secondo semestre più caldo dal 1800, con temperature superiori di 1,1 gradi rispetto alla media. «Siamo di fronte» sottolinea la Coldiretti «alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici anche in Italia dove l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma, con una tendenza alla tropicalizzazione che compromette anche le coltivazioni nei campi con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne». «In un Paese comunque piovoso come l’Italia che per carenze infrastrutturali trattiene solo l’11% dell’acqua» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente nazionale Coldiretti «occorre un cambio di passo nell’attività di prevenzione per evitare di dovere costantemente rincorrere l’emergenza con interventi strutturali. Servirebbero subito piccole opere di contrasto al rischio idrogeologico, dalla sistemazione e pulizia straordinaria degli argini dei fiumi ai progetti di ingegneria naturalistica come una rete di laghetti nelle zone di media montagna da utilizzare per la raccolta dell’acqua da distribuire in modo razionale ai cittadini, quindi all’agricoltura».

Alessandro Cesarato

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