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Padova, alla corte dell’osteria

Da ritrovi in cui giocare a carte e bere per tornare a casa allegri a luoghi dell’esperienza enoica. Andrea Pennacchi racconta la sua esperienza da “antropologo da bar” tra enoteche e pub padovani

Osteria

L’osteria è il luogo della nostra grande contraddizione

Quando io faccio il veneto menziono l’alcol e ho notato questa schizofrenia: se Oliviero Toscani dice che beviamo gli danno del pazzo e lo denunciano, ma quando siamo in osteria c’è una retorica del bere come valore che tutti rispettano. Non che si debba esser tutti alcolisti, magari bevi due prosecchi eppure rimani per ore in un luogo in cui prima o poi vedi qualcuno che conosci.

Insaccarse per cantare

Il mondo delle osterie ha attraversato anche a Padova alcune “fasi” che hanno caratterizzato anche il nostro rapporto con il bere. Perché tutto questo bere bene, degustare la qualità è arrivato relativamente di recente. Io mi ricordo quando ero bambino e mio nonno mi veniva a prendere in bici per portarmi con lui all’osteria. Era una di quelle osterie di quartiere che ne trovavi una ad ogni via, mentre oggi il numero si è ridotto di molto. Io non potevo valutare il vino, perché da bambino bevevo la spuma, ma è ovvio che la qualità non era la prima cosa a cui pensavi. E non stupisce che di lì a poco siano scoppiati gli scandali del metanolo. Era un po’ un insaccarse per giocare a carte e tornare a casa allegri, dopo aver cantato e mescolato ricordi.

Dall’osteria al pub

Poi quando son cresciuto è iniziata la grande fase dei pub, che per i giovani prendevano il posto dell’osteria. Mi ricordo il pub Dog & Duck a Brusegana che teneva una linea di birre belghe, una roba che avevano costruito su quello che gli era piaciuto magari in Inghilterra. Quel momento è stato subito sommerso dalla marea nera della Guinness: ricordo l’epoca in cui a Padova dopo la festa del Santo c’era San Patrizio… migliaia di persone vestite di verde che ti facevano sentire in un altrove. Erano osterie anche quando erano pub. Lo so perché ci ho lavorato in un pub: spinavo birre e ho conosciuto un sacco di gente, la gioventù del Nordest di allora. Uno più fuori dell’altro. Ricordo quando il gruppo dei camerieri degli hotel di Abano ci ha salvati da un drappello di ultras ubriachi che non voleva uscire dal locale e non pensava di usare le buone maniere.

Osterie raffinate

Quel mondo è durato poco e velocemente ha lasciato il posto al mondo delle hosterie (con la H), delle enoiteche, di enoteche che nel nome denotavano e denotano una certa raffinatezza. Ci andavi a bere l’ombra come i veci, ma di qualità. Una cosa che mi piace molto, s’intende, ma che ultimamente sta un po’ degenerando. Poi c’è lo spritz… un paradosso. Un ritorno inaspettato. Da bambini vedevamo i vecioti che macchiavano il seltz col Campari e pensavamo che non avremmo mai bevuto quella cosa da veci. E invece il marketing ha lavorato bene e ora quella roba spopola a New York. Come dire che il vecchio mondo delle osterie ha fatto tutto il giro…

La corte

L’osteria è un mondo. È un concetto che io spiego quando faccio corsi o laboratori di teatro. Se parli di Amleto, con tutta quella storia di re e regine, mica nessuno di noi ha un’esperienza di re e regine (a parte l’immortale Elisabetta d’Inghilterra). Però io in osteria vivevo un’esperienza che ci andava vicino: quando il mio adorato nonno Bepi (l’unico che conoscevo, perché l’altro era stato fattofuori dai nazisti) veniva a prendermi alle case popolari dove stavo e mi portava sulla canna all’osteria, io mi sentivo il principe ereditario all’ingresso nella corte. Sì, perché tutti adoravano mio nonno e lui riceveva l’omaggio di ubriaconi abituali e signore del quartiere. Mio nonno aveva un portamento nobile e una voce da tenore. E quando mi ordinava la schiuma me ne stavo sulle sue ginocchia, godendomi l’omaggio di duchi e nobili in quello strano regno. Per questo quando penso al trono di Danimarca penso all’osteria.

Antropologo da bar

L’osteria è anche un universo da studiare. Io sono un antropologo da bar. E spesso faccio notare come, se avessi solo bevuto, non avrei mai avuto il tempo di osservare. In realtà bevi una birra o un bicchiere di vino e poi stai lì e ascolti e osservi e impari cose. Da lì è partita tutta l’esperienza sul mondo. Dai momenti in cui ero in gruppo a far casino ai momenti in cui ero solo con un blocco per scrivere. Perché l’enoteca è un luogo che ti forma. Come quando Ubaldo aprì Evoè. Lui era un uomo di cultura, aveva studiato lettere ma non consegnato la tesi per un qualche impulso anarchico. Io ho imparato tantissime cose stando seduto lì, mentre lui parlava di letteratura e musica con i clienti o solo con me.

Osterie padovane

Quando facevo teatro con il TPR, dopo le prove andavamo al Sottosopra o al Joyce. Poi più tardi son arrivato all’Anfora, che mi piaceva molto ma in qualche modo era un posto che ti dovevi guadagnare. Non venivi accettato subito, per esser un habitué dovevi dimostrare di esser degno. Ho dei ricordi bellissimi di quando ci andavo con mia moglie: quando eravamo stufi non cucinavamo e andavamo a goderci il tepore di un luogo che sa di conosciuto, come i posti dove andavi da bambino. È una ruota che gira e mi sembra ancora di vedere mio nonno con il suo cavallo.

Andrea Pennacchi (in dialogo con Giambattista Marchetto)