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Artena, lassù dove osa il Rugby

Nella cittadina laziale, borgo verticale da percorrere a dorso di mulo, è sorto il museo internazionale ‘Fango e sudore’, luogo visionario e suggestivo dove è conservata l’anima della palla ovale

Più in alto della palla ovale lanciata verso il cielo con un drop o un calcio piazzato. Più in alto di quei pali del campo da rugby che pur rappresentano una vetta ambiziosa. Ecco, lassù in alto, ad Artena – un borgo spettacolare che si impenna abbarbicato su una parete dei Monti Lepini, con le sue strette viuzze a far da radici – lassù è stato realizzato un sogno. Quello di un museo internazionale dedicato al rugby. Ovvero il Museo del Rugby “Fango e sudore”. Progetto visionario che ha reso il suggestivo borgopresepe di Artena, che si trova nella parte più a sud della provincia di Roma a due passi dal casello di Valmontone sulla A1, un ombelico del mondo della palla ovale. Ovvero di uno sport ultracentenario che si distingue per valori e leggende assolutamente unici. Una meta (nel vero senso della parola) per ‘pellegrini’ del rugby che arrivano anche da lontano, persino dalla Nuova Zelanda.

Il Museo del Rugby, progetto visionario frutto della esagerata passione di Corrado Mattoccia, ex giocatore del Colleferro e rugbista a 360 gradi, è delle più belle gallerie internazionali dedicate alla palla ovale e ai suoi miti, dove anche il visitatore profano riesce a cogliere la ‘religiosità’ di questo sport, impastato di riti e di valori che lo rendono unico. Il museo, che raccoglie oltre duemila magliette originali (molte delle quali autografate) e preziose memorabilia di tanti eventi importanti, è ospitato nel castello di Artena. Borgo che è talmente ‘verticale’ che le sue strette vie possono essere percorse solo a piedi o a dorso di mulo (c’è pure un’escursione turistica organizzata in questo modo). C’è tanto da vedere in questo luogo, che un tempo si chiamava Montefortino e sorge su un’antica città dei Volsci, come hanno appurato gli scavi archeologici e ettuati nel 1830 da Lord Beverly. L’architettura risale all’età dei Papi. Paolo IV nel 1557 la distrusse nell’ambito delle contese con i Colonna e fu il cardinale Scipione Borghese a ricostruirle nel 1614.

In agenda sono da mettere la centrale Piazza Vittoria, l’Arco Borghese, la via del Borgo, la via Nuova e il Convento di San Francesco. Nel borgo sono ststi girati diversi fi lm, fra cui il ‘Romeo e Giulietta’ di Ze relli. Ultimamente è proprio il Museo del Rugby (ospitato nel castello dall’ottobre 2018) a fornire un buon pretesto per fare un salto ad Artena. Fra i fondatori del museo fi gura anche Mauro Bergamasco, star padovana del rugby, socio fondatore del museo con altri sette temerari amici di Mattoccia. Bergamasco che, oltre a donare tanti cimeli legati alla sua carriera (tra cui uno dei due calzettoni del Selvazzano con cui disputò la sua prima partita con la selezione internazionale dei Barbarians), talvolta fa pure il lavapiatti nei ‘terzi tempi’ organizzati nel museo quando arrivano delegazioni ospiti. Specie gli amici del Petrarca. Anche Vincent Candela, che tutti ricordano come calciatore della Roma ma che in realtà nasce a Tolosa come rugbista, è fra quanti hanno dato un pezzetto di cuore per il museo.

‘Fango e sudore’ di Artena è pure gemellato con una squadra irlandese e ha avuto l’onore di aver portato una mostra temporanea a Toyota in Giappone, in occasione del nono mondiale di rugby. Un altro gemellaggio è stato stretto con il Museo di Twickenham , in Inghilterra, e con il New Zealand Museum di Palmerston North in Nuova Zelanda, tempio degli All Blacks, squadra a cui è dedicata una sezione del museo. Esposta pure la prima maglia della nazionale italiana, quella indossata dagli azzurri a Barcellona nel 1929, contro la Spagna (9-0 per gli iberici). E poi una collezione di maglie azzurre: quelle indossate da campioni di ieri e di oggi come Raineri, Bettarello, Marchetto e altri. E poi quelle di stelle mondiali come Gallagher, Alatini, Rush, Campese e molti altri. La collezione comprende oggetti storici come i leggendari cappellini e poi cravatte, palloni, gagliardetti, trofei, manifesti, libri, palloni, bandiere, foto autografate. Oltre 18.000 oggetti. Un patrimonio unico.

Renato Malaman