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Le matite del Barbera, Land Art da bere

Nel Monferrato Astigiano un originale fil rouge, legato al celebre vino cantato da Giorgio Gaber porta alla scoperta di borghi, cantine e audaci installazioni. L’idea a colori di Mombaruzzo indica la rotta

Le matite del Barbera
Le matite del Barbera

Grandi matite dai colori squillanti svettano fra le viti. Land Art che sfuma nella Pop Art. Giganti dallo spirito giocoso che, in una coreografia da favola lunga chilometri, fanno da maggiordomo ai filari dei generosi vigneti di Pico Maccario a Mombaruzzo, il paese dei campanari. Matite che fanno il verso ad altre installazioni scanzonate e dai colori vivaci: chiocciole e rane di dimensioni extra size. Un bel modo di presentare vini d’autore e il loro territorio. Poco lontano, sulle colline intorno a Vinchio, un’ immensa panchina rosso Barbera, firmata da Chris Bangle (visionario designer californiano che ha firmato anche alcuni fortunati modelli Bmw), troneggia ironica e fa da totem alla pregiata zona di produzione dei Viticoltori Associati di Vinchio Vaglio Serra, patrocinatori dell’installazione. L’opera d’arte, che fa parte del Big Bench Community Project, percorso ideato dallo stesso artista americano, offre uno sguardo privilegiato sulla riserva naturale speciale della Sarmassa e sulle distese di vigneti. Ancora pochi chilometri più in là (e siamo già nell’Alessandrino), sul punto più alto del pittoresco borgo di Alice Bel Colle (curioso: si pronuncia con l’accento sulla A), c’è un piccolo rifugio per accoliti di Bacco dove si stappano in compagnia (e si scoprono) i piacevoli vini dei cento produttori della Cantina Alice Bel Colle. Proiettando poi lo sguardo a 360 gradi su un paesaggio così bello, fatto di borghi e di orizzonti alpini, che sembra uscito dalla scenografia in cartapesta di un film. Ma la Cinecittà, il museo d’arte all’aperto e regno della fantasia, in questo caso, sono le ondulate terre astigiane del Barbera. Gioielli pittorici dalle linee geometriche. Luoghi dove l’immaginario annuncia il reale e fa pregustare in particolare il profumo di questo vino generoso e fiero, la sua gioiosa esuberanza, la sua forza semplice, ‘educata’ in cantina ma dopo il decisivo apporto di luce e calore catturati dalle uve durante la maturazione nelle spalliere di collina.

Il Monferrato astigiano, costola del patrimonio Unesco piemontese (con Langhe e Roero) e mosaico prezioso di terre che da secoli regalano buon vino e buonumore. Terre di cui si era perdutamente innamorato Gino Veronelli, poeta prima ancora che profeta del vino.

Sul belvedere di Vinchio la panchina gigante firmata da Chris Bangle offre una panorama unico sull’oasi naturale della Val Sarmassa Gino Veronelli ci aveva visto giusto: l’enoturismo è cultura e genera futuro

E prima di lui Mario Soldati, che con i suoi racconti nel secondo dopoguerra portò a galla un’Italia di provincia fatta di gente umile che in paesi dimenticati ha salvato la tradizione. Fu proprio Veronelli a vaticinare un futuro da principessa alla ‘cenerentola’ Barbera, vino povero e legato al quotidiano dell’osteria che non ci ha messo poi molto – una volta sdoganate le sue virtù – a convincere gi increduli. ‘Barbera e Champagne, stasera beviam…’ cantava incrociando note e calici Giorgio Gaber e l’accostamento non era irriverente. Tutt’altro. I numerosi premi conquistati – dagli immancabili Tre Bicchieri a cui il vino piemontese è abbonato da anni – sono solo una conferma di quanto i produttori dell’Astigiano hanno saputo costruire negli anni, conferendo al Barbera la dignità e il valore che merita. In un calice di Superiore, la tipologia più celebrata che nasce da un lungo affinamento, c’è tutto il vigore di un vino fatto con uve che resistono al gelo, ai venti e alle nebbie. Ne sono stati versati fiumi di calici da quando, al tramonto del XVIII secolo, il conte Giuseppe Nuvolone ha codificato l’abc di questo vino per troppi anni considerato ingiustamente ‘da taglio’.

La Barbera, fonte di freschezza e di acidità sempre viva, frutto di grappoli compatti e color notte, che in Piemonte è declinato in tante denominazioni, è l’anima del Consorzio del Barbera d’Asti e vini del Monferrato Docg. E in questo contesto è in buona compagnia: quella di altri 12 vini di spiccata identità come il Nizza Docg, vanto di Nizza Monferrato, o il Ruché di Castagnole Monferrato, nicchia enologica oggi pure Docg che nacque grazie alla passione di un parroco di paese. E poi si svelano anche varie Doc che danno spessore al concetto di biodiversità in questo riservato e discreto angolo di Piemonte: il Cortese dell’Alto Monferrato, il Grignolino d’Asti, la Freisa, l’Albugnano, il Dolcetto d’Asti, tutti capaci di narrare i propri territori – quelli compresi fra il Tanaro e il Belbo – le storiche cantine, gli eclettici personaggi. Come in una canzone di Paolo Conte, lo chansonnier astigiano che ha dato nuova vita ai miti popolari, quelli ruvidi da osteria di cui la Barbera è uno dei simboli.

Seguendo il fil rouge di questo vino, ormai nel cuore dei consumatori italiani, quanti borghi e quante feste si rivelano al visitatore a caccia di stupore. Quanti personaggi con storie da raccontare. Da Asti a Canelli, da Costigliole a Rocchetta Tanaro, da Castelnuovo Don Bosco a Roccaverano, patria della Robiola Dop. Un itinerario che si allarga a dismisura, seguendo le rotte dell’arte e del gusto. Con un soffio di poesia.