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Rotta su Capo Nord, il “viaggio dei viaggi”

Un’avventura lunga 10.000 chilometri vissuta a bordo di un camper del 1988, risalendo i fiordi fino all’Artico. Tappa d’obbligo alle isole Lofoten, regno del baccalà e dove c’è Reine che per il Times è il villaggio più bello del mondo. Restrizioni Covid? E’ bastata la prudenza

Rotta su Capo Nord

Rotta su Capo Nord, per rinnovare un sogno. Seguendo l’irresistibile richiamo della sua rupe che da secoli incanta ogni viaggiatore dal cuore intrepido. Fin lassù, dove l’Europa sfuma sull’infinito del Mare Artico, per tornare a respirare a pieni polmoni l’aria e le atmosfere del Grande Nord. Un viaggio che si fa precedere dal suo mito ed è sinonimo stesso di avventura. Ancora di più se lo si compie a bordo di un camper d’epoca, un motorhome Arca Freccia del 1988 (che non è passato inosservato lungo le strade norvegesi, finlandesi e svedesi) e in piena era Covid. Facendo lo slalom fra ansie e restrizioni, che in realtà si sono rivelate tali solo sulla carta, restituendo intatta l’emozione che è giusto provare quando l’orizzonte da superare è quello del Circolo Polare Artico.

La leggendaria rupe di Capo Nord, più spelacchiata e solitaria del solito, era là ad attendere gli intrepidi e un po’ incoscienti viaggiatori che hanno pensato a lei anche in un momento così particolare. Rupe spazzata dai venti e dai pochi raggi di luce lasciati filtrare da un cielo continuamente capriccioso, ruggente di nuvole plumbee che sembravano mosse da un invisibile burattinaio. Hanno fatto da cornice alle foto ricordo scattate davanti al globo che fa da simbolo a Nordkapp, ricordando che il primo viaggiatore a raggiungere la rupe fu il ravennate Francesco Negri nel 1664. Quasi 10.000 i chilometri macinati per arrivare lassù. Rispetto a trent’anni fa (epoca dell’ultimo viaggio in Norvegia) il percorso è diventato più agevole e veloce grazie ai tanti tunnel (scavati dentro le montagne, ma anche sotto il mare) e agli arditi ponti che ora uniscono le isole. Anche Mageroy, dove sorge Capo Nord, ora è collegata al continente da una galleria di 7 chilometri, scavata sotto al mare fino alla profondità di 212 metri. Resta spettacolare questo viaggio, sogno di ogni escursionista romantico. Ai primi di settembre il sole ha ripreso a tramontare, restituendo alla notte qualche ora di buio che permette di riposare meglio. Salvo non doversi imbarcare a Bodo sul traghetto per le Lofoten (come è capitato a noi) all’1 di notte perché non c’erano alternative.

L’aurora che ci attendeva a Moskenes alle 4,30 nella baia di Moskenes ha ampiamente ripagato lo sforzo: colori struggenti su profili metafisici. Ed era solo l’inizio di un crescendo di paesaggi e atmosfere uniche: il villaggio di Reine, un grappolo di casette di legno rosse dal fascino fiabesco, molte delle quali su palafitte (sono i rorbur, utilizzati dai pescatori di merluzzo), lo scorso anno si è meritato dal Times il riconoscimento di paese più bello del mondo. Alle Lofoten, arcipelago dove aguzze montagne nere svettano quasi verticali dalle acque artiche, resiste il mito del baccalà. Lo stesso che colpì il viaggiatore veneziano Pietro Querini nel ‘400 e che oggi alimenta un massiccio export di stoccafissso proprio verso il Veneto. In nome anche dello storico gemellaggio fra Sandrigo e l’isola di Rost. Capo Nord non è solo piantare una bandierina sulla rupe, ma compiere un viaggio straordinario lungo le spettacolari strade norvegesi. Alcune strapiombanti sul mare, come la adrenalinica Ocean Road, altre incastonate fra alte montagne come quella che attraversa il parco di Halikifiell (verso Odda) o sale ripida al parco nazionale dello Jostedalsbreen, dove lo sguardo accarezza i ghiacciai. Paesaggi che potrebbero ubriacare un pittore. E poi le antiche chiese in legno, le Stavkirke, con i loro tetti sovrapposti a pagoda.

Chiese quasi millenarie come quelle di Heddal e di Lom. Senza dimenticare le città. Oslo è la porta che apre al Nord esibendo i suoi musei dedicati alle grandi esplorazioni: il Kontiki, che documenta le imprese visionarie del grande navigatore Thor Heyerdahl; il Fram, ispirato all’impresa di Roald Amundsen, l’esploratore che con una spedizione durata oltre tre anni ha raggiunto per primo il Polo Sud. E infine il Museo Vichingo che mostra le austere navi dei primi conquistatori dell’America lungo le rotte artiche. Bergen, seconda città della Norvegia e patrimonio Unesco, è strabiliante per le sue architetture tedesche tradizionali. Faceva parte della Lega Anseatica ed era una fra le più ricche (e la più a nord) di questa costellazione di città commerciali affacciate sul mare. Bergen è semplicemente un incanto.

Dopo la meritata sosta a Capo Nord, con tanto di scorpacciata di granchi reali e uscita in barca per la pesca al merluzzo, il viaggio si è meritato una lunga discesa della penisola scandinava fra le dorate foreste di betulle e le renne della Lapponia finlandese (con soste al Museo del popolo Sami di Inari e al villaggio di Babbo Natale a Rovaniemi) e un piccolo cabotaggio fra le cittadine svedesi affacciate sul Golfo di Botnia: Gamelstad, Umea (Capitale europea della Cultura nel 2014), la coccola Bonnstan, l’eremitica Nordingra. L’arditisssimo ponte di Oresund, tra Malmoe e Copenhagen in fondo ha simboleggiato l’addio al Grande Nord. Anzi, un altro arrivederci…

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