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Io, il ponte di Bassano, vi racconto il restauro di oggi e tutte le mie avventure nei secoli

Il ponte degli alpini rimesso a nuovo dopo un restauro di sette anni e una spesa di sette milioni

Un’immagine del ponte di Bassano: fu progettato in legno e coperto da Palladio nel 1567

Sono tutti qui a farmi festa. Che meraviglia! Come quindici anni fa, quando gli alpini scelsero Bassano, e il sottoscritto, per la loro adunata nazionale. Proprio in quell’occasione il Comune scoprì che non mi aveva registrato all’anagrafe: ero il “ponte degli alpini” e basta, nessuno s’era preoccupato delle carte. Così il Comune l’11 agosto 2006, lo ricorda il mio amico Vasco Bordignon, medico e appassionato storico, provvide all’intitolazione e sanò la dimenticanza.

Me la merito questa festa, diciamo la verità, dopo 851 anni di onorato servizio. La sindaca Elena Pavan spiega che il mio restauro deve unire la città, perché la ricostruzione del ponte è la metafora di Bassano. Sono d’accordissimo: del resto io ho sempre unito le due anime di Bassano, letteralmente, dal centro ad Angarano.

Andrea Palladio, l’architetto che nel 1567 cucì addosso al ponte il suo vestito attuale, in legno e coperto

Se non ci fossi io, il Veneto sarebbe spaccato in due. Chiedetelo a Palladio cosa gli toccava fare. Lo ricordo bene: era il 1567 e Andrea, uomo maturo, fu incaricato di ricostruirmi dopo la disastrosa piena del fiume. Non gli andò bene subito, perché presentò un progetto di un ponte in pietra, come quello degli antichi romani. Ai miei bassanesi non piacque. E due anni dopo, quando presentò l’idea del ponte in legno coperto, tutti ad applaudire. Nel frattempo, siccome non c’ero più io, il povero architetto doveva usare il guado di Cittadella per arrivare a Maser, dove aveva un altro cantiere. Si viveva così, la mia Brenta divideva il Veneto e le sue brentane le ho sopportate tutte io, dal Cinquecento sino a quella del 1966. Intanto Palladio mi cucì addosso il “vestito” che vedete ancora oggi.

 

 

Il meresciallo di Francia Jacques de la Palice, celebre per la “verità lapalissiana”

Non ricordo più quante volte sono caduto e risorto. Durante la guerra di Cambrai, parliamo di inizi Cinquecento, i francesi che fuggivano mi distrussero per impedire agli imperiali di raggiungerli. L’ordine arrivò da un Tizio che è famoso anche oggi, quel marchese de la Palice che inventò, suo malgrado, la verità lapalissiana. Tutta colpa di una canzone che inventarono i suoi soldati, nella quale si diceva che “il marchese de la Palice era morto da vivo combattendo”, o che “un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo”. Voi ridete, ma la peggio toccò a me…

 

 

 

 

E con Napoleone? Stessa storia. Un’altra guerra Francia-Austria e di nuovo i francesi stavano scappando. Suo cognato, Eugenio Beauharnais non volle sentire ragioni: i bassanesi lo supplicavano, ma lui temeva che arrivassero gli austriaci per attaccarlo alle spalle. Morale: mi sbriciolò nel fiume. E non è finita: nel 1945 prima i partigiani e poi i nazisti usarono le bombe per farmi saltare in aria.

Quella volta, durante la Seconda Guerra Mondiale ricordo bene il giovane Giuseppe Nardini che fu uno dei primi, sentito il botto ad arrivare. Era un giovanotto, al tempo. La sua bottega è un bel pezzo della mia vita, dato che la ospito qui dal 1779. Vende aquavite, senza la “c”: non è solo un vezzo, ma un modo per legare la grappa alla vite e alla vita, cioé all’acqua. Ah, a proposito: il 28 maggio 1987 nella bottega da Nardini arrivò anche quella simpaticona della regina Mary, la mamma di Elisabetta II. Non poteva mancare proprio lei, che sosteneva: “Il consumo d’alcol dev’essere costante, ma non eccessivo”.

Sant’Antonio da Padova: questo era il suo vero volto secondo la ricostruzione al computer sulla base dei dati anatomici

Carlo V dipinto da Tiziano: il dipinto si trova al Prado a a Madrid. Da notare il prognatismo del mento, coperto dalla barba

Bartolomeo Ferracina in un dipinto di Alessandro Longhi

Giuseppe Nardini il 28 maggio 1987 accoglie nella sua bottega sul ponte la regina madre d’Inghilterra

Oltre a lei me ho visti lungo i secoli di vip camminarmi addosso. Sant’Antonio che arrivava come una bufera da Padova per tuonare contro gli usurai bassanesi. Non è vero che portò lui gli asparagi. E poi Carlo V, che il 1° novembre 1532 con il suo corteo partecipò alla messa a San Francesco. Lo ricordo benissimo: era vestito di tutto punto, tale e quale il ritratto che poi gli fece Tiziano e che adesso è al Prado a Madrid. Lo ha scritto anche Margaret Binotto, storica dell’arte di prestigio. Mi viene ancora da ridere se ci penso, perché Tiziano gli dipinse anche un bel po’ di barba per nascondere la sbessola del sovrano, il prognatismo di cui soffriva, come dite voi nel linguaggio medico.

Giosuè Carducci era un habitué di Bassano: faceva parte del circolo letterario della contessa Silvia Pasolini Zanelli a Ca’ Rezzonico

E poi ho visto indaffarato attorno alle mie campate, danneggiate da un’altra piena del Brenta nel Settecento, il geniale Bartolomeo Ferracina. Era un ingegnere e anche un orologiaio: è suo l’orologio del municipio a Bassano, ma è sua anche la Torre dell’orologio di piazza San Marco a Venezia. Ricordo Antonio Canova che abitava a Possagno e ogni tanto veniva a Bassano. Il nuovo Fidia, lo chiamavano. Eccelso pittore, ma sicuramente anche un grande affarista. Come ricorda un altro mio amico, Fernando Rigon, fu l’artista più pagato di tutti i tempi.

E poi ricordo Giosuè Carducci, poeta sì ma anche montanaro appassionato. Quando scendeva dalle sue adorate Dolomiti (su quelle belle montagne c’è anche il rifugio Carducci, lo sapete?) passava per Bassano e andava villa Rezzonico, non lontano da qui, dalla sua amica contessa Silvia Pasolini Zanelli. Fu proprio affacciandosi alla finestra di quella villa che restò colpito dall’aratura dei campi e scrisse “T’amo, pio bove”. È una poesia bassanese, ma lo sanno in pochi.

 

Ernest Hemingway in divisa militare: diciottenne fu a Bassano come autita delle ambulanze della Croce Rossa

E soprattutto ho visto loro, i miei alpini, passare a migliaia durante la Grande Guerra. Se pensate che da Vicenza partivano ogni giorno 280 treni di soldati, vi rendete conto del traffico. Erano diretti al Pasubio, all’Altopiano di Asiago, al Grappa. E tutti cantavano quella canzone sul ponte e il bacin d’amore: nessuno sa chi l’abbia scritta, ma non è importante. È diventata l’inno degli alpini e il marchio di Bassano nel mondo: e il protagonista sono io. Che orgoglio!

Ma c’era un alto soldato, un diciottenne che mi inteneriva. Era americano, un volontario della Croce Rossa, autista di ambulanze. Dormiva qui vicino, a villa Ca’ Erizzo. Ma la sera o la mattina presto si affacciava dal mio parapetto e guardava l’orizzonte. Poi scriveva nel suo diario fingendo di parlare a un amico: “Ma tu hai mai visto il sole sorgere, almeno una volta, dal Monte Grappa?”. Colpito al cuore dalla bellezza bassanese. Ho saputo che è diventato un grande scrittore. Gli hanno dedicato il viale qui a fianco: Ernest Hemingway, si chiamava.

L’inaugurazione del ponte di Bassano ricostruito nel 1948 con il vescovo Carlo Zinato, Alcide De Gasperi e Ivanoe Bonomi, presidente dell’Ana

Mi hanno spiegato che il 3 ottobre arriverà anche il Presidente Mattarella per inaugurare il mio nuovo volto. Anche questo è segno di unità. Come quello di un altro 3 ottobre 1948, quando arrivò a celebrare la mia risurrezione il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi e il presidente dell’Associazione alpini, Ivanoe Bonomi. Da allora sono stato chiamato ponte degli alpini e non solo ponte vecchio, perché fu certificato che la mia vita e quella degli alpini sono due facce della stessa medaglia. Gli operai della ditta Tessarolo che mi rimisero in piedi dopo la guerra lavoravano con il cappello da alpino in testa, tanto per dire.

Settantasei anni fa ci misero poco a ricostruirmi. Stavolta ci hanno messo sette anni e sette milioni di euro. Tutta Bassano s’è mobilitata: è nato anche un Comitato di cittadini, Aiutiamo il ponte di Bassano, che ha raccolto 170 mila euro. Mi serviranno per la nuova illuminazione. Del resto, stavo letteralmente affondando: mi hanno sollevato, curato, guarito. Hanno perfino deviato la mia Brenta per operarmi. Nel frattempo sono diventato anche un monumento nazionale: come per la Basilica Palladiana a Vicenza, è stato merito di Vladimiro Riva e del suo consorzio di promozione turistica.

Quella del restauro è stata una faticata, anzi una storia all’italiana fatta di “stop and go” finché si è arrivati all’impresa Inco, trentina di Pergine, che ha portato a termine il lavoro e ieri mi ha riconsegnato alla città. Speriamo sia l’ultima risurrezione… (Antonio Di Lorenzo)

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