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Vicenza, la “dad” da virtuale diventa reale: e gli studenti danno vita a famiglie incredibili e vere

Una docente del “Piovene” ha inventato un gioco in classe che trasforma i ragazzi in padri, madri, figli. E non solo

Delia Fraccaro, insegnante di lingue al “Piovene” ha creato un progetto-gioco che ha avuto successo tra gli studenti e le famiglie

Mentre mezza Italia condanna la didattica a distanza e l’altra metà l’ha subita, c’è chi ha trasformato la dad in vita autentica. Che può cambiare la scuola, intesa come modo di insegnare, e le persone, vale a dire la vita dei ragazzi, sotto diversi profili. È un progetto gioco didattico, come lo chiama la sua creatrice, realizzato all’istituto commerciale Guido Piovene di Vicenza negli ultimi due mesi. L’ha ideato e concretizzato un’insegnante di lingue, Delia Fraccaro, 57 anni, che l’ha applicato nelle sue cinque classi di prima e seconda superiore: in tutto 170 studenti.

In cosa consiste? Si tratta di dividere la classe in diversi gruppi che si trasformano in altrettante famiglie virtuali che, attenzione, interpretano la vita vera di una famiglia, con tutti i problemi che si devono affrontare. Il che non è poco, perché si va dal lavoro ai guai dei figli, dallo stipendio che non basta al bullismo vissuto dai ragazzi a scuola. Più che una lingua, i ragazzi imparano a diventare adulti. E questi sono i primi due benefici dell’idea, non da poco.

Sono nate famiglie tradizionali, ma molte sono di coppie gay: perfino di tre persone sposate fra loro

Ma prima di spiegare com’è articolato il progetto, unico in Italia tanto che la creatrice lo vuole brevettare, va fatta una premessa. Per gestire un’idea del genere, per di più in una lingua straniera, servono competenze variegate e non solo didattiche. Delia Fraccaro ne ha parecchie alle spalle, a cominciare dalla gestione psicologica delle emergenze per finire nella specializzazione a trattare i disturbi alimentari. Prima di insegnare a scuola, infatti, la docente ha lavorato dieci anni nella società autostradale Brescia-Padova, intervenendo a soccorrere le persone vittime di gravi incidenti stradali: chi sopravviveva, aveva bisogno di assistenza psicologica oltre che sanitaria. Curiosa del mondo e dell’uomo, ha studiato matematica e anche psicologia, applicandola poi a vasto raggio nei casi di disturbi alimentari che ha seguito nella clinica Villa Margherita di Arcugnano.

Le famiglie virtuali create dagli studenti del “Piovene” sono state le più varie: altro che famiglia tradizionale

Nella scuola, oltre alle lingue straniere (inglese, francese, tedesco) ha maturato esperienza come insegnante di sostegno agli alunni portatori di handicap, quelli affetti da dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) toccando con mano la discalculia e la dislessia. Ha studiato anche le dipendenze da alcol e droghe.

Tutte queste competenze le ha messe a frutto in questo progetto-gioco di cui ha scritto le regole.

Prima di tutto ha chiesto ai suoi studenti di scegliere una, due, tre o quattro persone con cui erano empaticamente in sintonia per creare una famiglia virtuale. Ognuno poteva scegliere il ruolo da interpretare: padre, madre, figlio, amico. E qui sono arrivate le prime sorprese. Si sono formate coppie eterosessuali ma anche no: sono nate famiglie composte da due maschi, due femmine, anche da tre persone dello stesso sesso, qualche volta sposate fra loro e qualche volta no. Tutti hanno scelto in libertà il ruolo, secondo la propria indole o desiderio. E qualcuno in quel momento s’è sentito libero, probabilmente per la prima volta, come quel maschietto che ha esclamato: “Che felicità poter essere Ofelia”. Essere o non essere gay non è un problema per nessuno: l’omofobia neanche sanno cosa sia i ragazzi, mentre l’italica Penisola discute di Fedez e del popolo delle famiglie. Ci sono state anche tre ragazze sposate fra loro, tanto per dirne una. Quanto è indietro la politica e la televisione dei talk show dalla realtà.

Si poteva scegliere se essere un figlio legittimo, naturale o adottivo. E qualcuno ha scelto perfino di essere il cane della famiglia

L’istituto commerciale “Piovene” di Vicenza dove s’è svolto l’esperimento con 170 ragazzi

Fissati i cardini della famiglia, si poteva scegliere se essere figli legittimi, naturali o adottivi. Ma c’è stato chi ha superato i confini e, meravigliando tutti, ha deciso di interpretare in famiglia il ruolo del… cane. Perché? Perché piaceva così. Capite perché c’era bisogno di avere esperienze da psicologa?

Non basta. C’è chi ha scelto di formare non una famiglia ma un gruppo solidale: tre ragazzi, per esempio, hanno scelto di essere solo amici, ma siccome erano tutti appassionati di cucina, si sono inventati di andare a lavorare a San Francisco nello stesso ristorante, tranne poi lamentarsi e litigare perché nessuno voleva cucinare i piatti creati dagli altri. Eh, com’è profondo il mare, cantava Lucio Dalla. Quanto la vita.

Non basta. Una volta stabiliti i ruoli bisogna anche decidere il lavoro, la scuola per i figli, gli uffici della propria attività: tutte realtà che dovevano corrispondere a nomi e posti reali, esistenti e verificati con Google map. Semplice? Sembra facile… recitava lo slogan dell’omino con i baffi. Provateci voi, sempre in una lingua straniera, vi ricordo. E poi i genitori, o comunque gli adulti dovevano prioritariamente anche decidere quale lavoro svolgere e verificare che ne fossero capaci: a questo pensa l’insegnante che in tutto il progetto ha assunto il ruolo di family counselor, una figura laocoontica che ha molte teste: terapista di coppia, avvocato, psicanalista.

Dalla quotidianità da organizzare fino ai ruoli da assegnare nella famiglia è un intricato groviglio di responsabilità da gestire

La “dad” è stata trasformata da ostacolo in opportunità di diventare adulti oltre che di imparare una lingua straniera

E poi c’è stabilire lo stipendio per poter programmare l’acquisto della casa e la vita della famiglia. Facile dire: vado a vivere a Hollywood. Ma puoi permettertelo? Puoi iscrivere tuo figlio ad Harvard e non all’università di Padova? I sogni sono desideri, dice la celebre canzone, ma l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del re.

Infine c’è la quotidianità da organizzare, scoglio sul quale si sono infranti tanti matrimoni: ci sono stati più divorzi per lo spazzolino da denti che per un’amante. Dimenticate chi siete, cancellate il vostro background e provate a rispondere a queste domande: chi lava i piatti? chi pulisce casa, il giardino, chi segue i figli a scuola? chi stabilisce ruoli e compiti? Robe da diritto di famiglia e avvocati, quando va male. Ma nel progetto della famiglia virtuale ogni questione e decisione prevede il dialogo e il confronto, sempre in lingua straniera, pena l’uscita dal gioco.

Pensate a quale sforzo è chiesto ai ragazzi, anche solo dal punto di vista verbale riguardo ai vocaboli da conoscere: un conto è saper dire the cat is on the table in inglese, un altro spiegare al coinquilino che deve scaricare la lavastoviglie o andare a parlare con gli insegnanti del figlio discolo che non vuole studiare il mondo iperuranio di Platone.

I ragazzi hanno imparato le lingue e hanno parlato a casa entusiasti del “gioco”. E le famiglie hanno approvato

Il progetto di Deli Fraccaro ha aumentato le capacità degli studenti sia nella comprensione della lingua straniera sia nelle loro capacità relazionali

E questo è un altro capitolo, altrettanto delicato. Quando si parla di famiglia e di figli, infatti, ci si scontra spesso con problemi delicati: si chiamano bullismo, demotivazione, voti negativi a scuola, dipendenze, perdita del lavoro, malattia… I ragazzi le sentono vicine e tuffano la loro famiglia in queste dimensioni che desiderano esplorare e far emergere tramite la recita e il gioco. Così emergono questioni legate a dimensioni intime: transgender, cambio di sesso, non accettazione di sé, sfiducia nel futuro. All’insegnante il compito di guidare e mediare, sempre pronta a gestire il momento di crisi che può scattare all’interno del gruppo.

Prima di partire, il progetto è stato naturalmente presentato ai rappresentanti delle famiglie, ai colleghi e alla psicologa della scuola. E i risultati? Ampiamente positivi, spiega Delia Fraccaro. “Anche nell’ultimo visitone, svolto sempre in dad, non solo non ho ricevuto lamentele, ma al contrario i genitori sono stati felici. Hanno visto nei ragazzi, così mi hanno testimoniato, un senso di responsabilità e di presenza anche in famiglia. È incredibile come un elemento virtuale, basato sulle loro emozioni, si sia trasformato in reale, perché alcuni ragazzi sono arrivati a presentare la loro famiglia virtuale ai genitori, e alla sera parlano con loro di questa esperienza. Anzi, capita anche che prima di cena la famiglia virtuale telefoni a quella reale. I ragazzi hanno bisogno di queste modalità, di far leva sulle loro emozioni piuttosto che dei testi scolastici, che comunque io utilizzo pochissimo”. “Complimenti per il progetto – ha testimoniato uno degli allievi – non di facile attuazione e che fornisce a noi ragazzi una chiave di lettura della vita alternativa. Diciamo che solo un’insegnante come lei poteva vederci lungo in tutto ciò…”. (Antonio Di Lorenzo)

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