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Vicenza celebra con uno straordinario Genovese i 500 anni del “pavano” Ruzante

La prima Orazione di Ruzante del 1521 al centro di una conferenza-spettacolo del presidente di Theama

Genovese
Aristide Genovese, attore di straordinarie capacità e studioso di Ruzante

Ai tempi della rivoluzione francese li avrebbero chiamati cahiers de doléances, liste delle doglianze del popolo verso i nobili e il clero. Nel gergo sindacale di oggi potremmo definirla piattaforma di rivendicazioni su cui intavolare una trattativa. Ma nel sedicesimo secolo, quello in cui a definirsi atei si finiva arrostiti sulla griglia, in quel Veneto della pur tollerante Serenissima in cui l’orologio della religione, per usare un’immagine di Virgilio Scapin, scandiva perfino il menu in tavola, ai contadini non restava che affidarsi ai giullari, ai teatranti per far giungere la loro voce ai piani alti. I teatranti, che alla pari dei musicisti erano tenuti ai margini della società, erano i soli che recitando e scherzando, come Bertoldo dimostrerà cent’anni dopo, riuscivano a parlare con i potenti per denunciare le condizioni di vita miserevoli del popolo.

È l’incarico di cui si sente investito Angelo Beolco, ossia Ruzante, portavoce dei contadini, che esattamente cinquecento anni fa scrive in lingua pavana – l’antico dialetto rustico parlato nel Padovano – la sua Prima orazione. La recita il giorno di Ferragosto di fronte al cardinale Marco Cornaro al Barco di Altivole (o forse a Luvignano: le sicurezze su Ruzante sono poche, come sostiene il professor Ivano Paccagnella che è il suo maggior studioso vivente). Doveva essere una denuncia delle riforme religiose e sociali di cui la terra pavana aveva bisogno: in realtà questo testo diventerà subito un grande pezzo teatrale. Proprio con questa Orazione, Ruzante si renderà conto di saper usare la lingua pavana anche per il teatro.

Dario Fo al momento di ricevere il Nobel spiegò: “I miei maestri sono stati Moliere e Ruzante”

Ruzante
Angelo Beolco, detto il Ruzante

Ma andiamo con ordine. Il 15 agosto 1521 è sì la festa dell’Assunta, ma anche la celebrazione dell’ingresso di Cornaro nella diocesi di Padova come cardinale. A dire la verità, la nomina era arrivata quattro anni prima, ma Cornaro s’era ben guardato da farsi vedere in diocesi. E i padovani, che già avevano sopportato un predecessore assente, brontolavano. L’incarico, in realtà, gli serviva per fare carriera altrove. Era abbastanza normale comportarsi così per i vescovi con le diocesi minori.

Marco Cornaro, altro aspetto di non poco conto, era cugino di Alvise, protettore di Beolco, che lo inviterà appunto ad esibirsi alla festa con la sua Orazione, quella che tra venti giorni compirà 500 anni giusti giusti.

Di questo anniversario si sono dimenticati tutti, tranne Aristide Genovese, uomo di teatro tra i più attenti alle tradizioni del Veneto (come lui un altro innamorato del Cinquecento veneto è il collega Pino Costalunga), padovano di nascita ma ormai vicentino di adozione, co-fondatore di Theama teatro assieme a Pierluigi Piccoli e ad Anna Zago.

Qualche giorno fa, ai chiostri di San Lorenzo, in un incontro metà fascinosa recita e metà brillante conferenza, ha preso per mano l’Orazione e grazie alla sua straordinaria capacità, che rivela molto talento e altrettanto studio, ha dimostrato che i nostri antenati di mezzo migliaio di anni fa non erano tanto diversi da noi. Erano preoccupati di sbarcare il lunario anche se non avevano lo sblocco dei licenziamenti sulla testa, alle prese con pestilenze e guerre, soffocati quotidianamente dal potere, politico e soprattutto religioso, che si preoccupava di se stesso e non certo del popolo.

Il premio Nobel Dario Fo

Genovese ha sminuzzato il testo di Ruzante, l’ha adattato, spiegato, recitato, con toni ora venati da accenti tragici e tal altra di sottile comicità: ha dipinto uno scenario sociale che, con le dovute differenze, s’è prolungato nei tormenti della soffocante tradizione cattolica fino a pochi decenni fa.

Ha reso un grande servizio a Ruzante che geniale lo era di suo, naturalmente, ma merita – dopo essere stato dimenticato per secoli – di essere conosciuto molto più di quanto lo sia ancor oggi. Del resto non è un caso se Dario Fo, nella lectio magistralis all’Accademia di Svezia in occasione del premio Nobel nel 1997 spiegò che lui aveva avuto due maestri: Moliere e Ruzante. Moliere lo conoscevano tutti, Ruzante no: “Fu un vero rivoluzionario: l’unico che, in forma satirica, ha parlato del suo tempo”. Ecco, Genovese è riuscito a fare capire il perché di questa affermazione.

Pavan, an? È un ritornello che nel testo si ripete all’inizio di ogni riflessione. Come dire: hai visto che roba è questa Pava? Ne è proprio convinto, Genovese-Ruzante. Scorrendo l’Orazione, dipinge la sua terra come un luogo perfino più affascinante del paradiso terrestre, vuoi per la bellezza delle donne oppure per la gastronomia: del resto, argomenta, nell’Eden non si mangiava (e poteva essere perfino pericoloso farlo, come dimostra la faccenda della mela) mentre nel Veneto sì. Magari non tutti i giorni.

Ecco la lista delle riforme sociali-religiose indicate da Ruzante 500 anni fa

Paccagnella
Il professor Ivano Paccagnella

Ed è proprio a partire dal cibo, preoccupazione costante dei contadini e dei miseri del tempo, che si aprono le rivendicazioni di Ruzante al cardinale Cornaro. Ne riportiamo alcune, che dipingono – seriamente giocando – le riforme sociali necessarie al tempo.

“Prima di tutto va accorciato il padre Nostro, ma solo per noi. Lasciatelo pure lungo per i preti, che è gente di parola. Noi siamo persone di fatti e con il nostro lavoro manteniamo preti, frati e monache, che non sanno fare altro se non mangiare, bere, grattarsi la pancia e dire parole”. Vuoi vedere che il modello veneto del lavorare sempre è nato 500 anni fa?

“Con lo stomaco vuoto, vai a letto e non riesci a dormire. Se hai moglie fai quello che, se avessi mangiato, non faresti. E se non hai moglie per non oziare, ti restano le mani, e fai ancora peggio”. I guai del sesto comandamento sono durati a lungo.

“Quando è il tempo di tagliare il granturco, bisogna poter lavorare anche alla festa perché è vero che se tagliamo il granturco, cioè se lavoriamo, facciamo peccato. Ma se viene la tempesta bestemmiamo come turchi e così facciamo lo stesso un peccato; se vogliamo vivere, senza grano per la tempesta, dobbiamo andare a rubare. E quindi peccati ne facciamo due”. Provate a dargli torto.

“Si deve poter mangiare prima di andare a messa, perché se non mangi tu resti davanti a Gesù ma hai il pensiero al pane di casa e invece per avere il pensiero rivolto a Gesù Cristo devi avere mangiato prima”. Come sopra.

Quella che è più famosa di tutte è relativa al peccato di gola. “Se il mangiare è buono si deve poter mangiare lo stesso, anche se non si ha fame, e non dev’essere considerato un peccato di gola. Perché se il mangiare sa da buono, fa buon pro; se fa buon pro, fa sanità; quindi, restando sani si vive tanto; vivendo tanto, si diventa vecchi; diventando vecchi si fa del bene; facendo del bene, si va in paradiso. E allora… non è peccato di gola mangiare”. Sillogistico.

Paccagnella
Il vocabolario del pavano, opera di una vita di Paccagnella

Infine, il celibato dei preti: va abolito. O peggio… “I preti, aggiunge il Nostro, devono essere maritati o castrati”. Era un’ affermazione molto ardita, perché Ruzante sapeva bene con chi stava parlando: il cardinal Cornaro morirà di sifilide e aveva due figli ufficiali, senza contare gli altri.

“Contadini e contadine devono avere quattro mogli (o mariti) che fanno in modo di aggiustare la differenza, il contrasto fra città e campagna”, che al tempo era molto forte.

Per chi vuole approfittare e celebrare questo cinquecentenario, Aristide Genovese replica il 30 luglio a Padova: propone un Itinerario ruzantiano, questa volta assieme a Ivano Paccagnella, che è il maggior studioso del pavano e autore di quell’opera incredibile che è il vocabolario della lingua pavana, ma anche assieme a Marina De Luca, Ester Mannato, Ilaria Pravato, Luna Mercante, Benedetta Pillan. Prenotare a spettacoli@theama.it oppure al numero 3480833213

Antonio Di Lorenzo

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