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Colasio: «Nel ‘300 la città con i grandi cicli affrescati anticipa il rinascimento e inventa la politica culturale»

L’assessore alla cultura del comune di Padova inquadra i siti Unesco nel contesto storico dell’epoca e analizza le ricadute del rinascimento

Un grande storico come Jacques Le Goff non aveva dubbi. Nel 1986 scrisse che, guardando alla Padova del Trecento, gli sorgeva spontaneo un dubbio: è mai
esistito il medioevo? Molte delle cose che siamo soliti chiamare Rinascimento, aggiungeva infatti, già vi accadevano.

L’astrario del Dondi, l’illusionismo prospettico di Altichiero sono solo alcuni esempi di come la Padova della Signoria Carrarese ci accompagnava già, almeno con un piede, dentro al Rinascimento.

Eppure il Trecento padovano era stato come rimosso, alla stregua della sua Signoria, i Carraresi, condannati alla damnatio memoriae da Venezia, di cui erano stati nemici mortali.

Quando 20 anni fa si iniziò a recuperare il Trecento padovano, a ragione si parlò di identità in frantumi. Non è stata un’operazione semplice e indolore, così come non si è trattato di un processo di reinvenzione del passato, ma di un lavoro di ricucitura di una trama identitaria lacerata, di cui la rovina del Castello carrarese era il simbolo più evidente.

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«Il compianto Gigi Vasoin, già in un suo libro del 1994 sulla Signoria Carrarese, proponeva uno specifico itinerario tra i luoghi del Trecento padovano: proprio gli 8 siti che oggi costituiscono la Urbs Picta.

L’ambito riconoscimento di Padova quale patrimonio Unesco per i suoi cicli affrescati è il risultato di un lavoro corale, che ha coinvolto diverse generazioni di padovani, almeno sin dalla fine del Settecento.

Nel pantheon degli eroi dell’Urbs picta possiamo collocare molte personalità: il nobile Soranzo, che verso la fi ne del Settecento, impedì la distruzione dell’Oratorio di San Michele, il Professor Floriano Caldani, prestigioso docente di anatomia nel nostro Ateneo, che si batté perché le tombe carraresi, realizzate da Andriolo de’ Santi e da Guariento non venissero distrutte seguendo la medesima triste sorte della Chiesa di S. Agostino; per non dire di Pietro Selvatico, di Levi Civita, di Antonio Tolomei intellettuali e politici cui si deve il salvataggio nell’Ottocento della Cappella Scrovegni, o ancora di Ernest Forster, pittore e studioso tedesco che ripulì l’Oratorio di San Giorgio dalla polvere delle candele che avevano oscurato il capolavoro di Altichiero.

Oggi Padova, finalmente, si riconcilia con la sua storia più profonda, quella che ne ha forgiato lo spazio urbano in modo indelebile.

Nel mentre si chiude la pratica Unesco, sono in essere due cantieri importanti, quello del Castello e quello della caserma Piave, dove un tempo sorgeva la splendida chiesa di S. Agostino, primo
mausoleo urbano della Signoria.

Una sorta di nemesi storica: riemergono assieme i cicli affrescati e gli altri due luoghi che hanno marcato la Padova del Trecento. Come un puzzle dove il quadro si ricompone, restituendoci una città capitale culturale e artistica del Trecento.

Una città che, come sottolinea la grande storiografi a medievalista, aveva inventato la politica dell’immagine: la finalità autocelebrativa era evidente, ma grazie a questa in città vennero chiamati i principali artisti di quel secolo, che realizzarono dei capolavori assoluti.

Non solo la Cappella degli Scrovegni di Giotto, ma opere quali il Battistero del Duomo di Giusto de’ Menabuoi, con la più poetica annunciazione dell’intero Trecento, o l’Oratorio di San Giorgio di Altichiero, uno spazio dove la prospettiva e il realismo raggiungono vette elevatissime.

Tutto ciò avrà implicazioni profonde sulle future politiche della cultura e sulla gestione dei flussi turistici: abbiamo una grande responsabilità, in quanto detentori di un patrimonio unico e irripetibile, che dovremo sì valorizzare, ma anche e soprattutto proteggere e tutelare.

Oggi Padova entra a pieno titolo nel nucleo ristretto delle grandi città d’arte europee, coronando il suo sogno trecentesco di configurarsi come città
“meravejosa”: un vero e proprio motivo di orgoglio per noi padovani tutti.»

Andrea Colasio

Un cammino lungo 25 anni 

1996 – Il Ministero per i Beni Culturali propone la candidatura della Cappella degli Scrovegni alla World Heritage List.

2006 – La Cappella degli Scrovegni viene inserita nella Tentative List italiana della World Heritage List dell’UNESCO.

2009-2010 – Si fa strada l’idea di estendere la candidatura ad altri luoghi della città che conservano cicli affrescati trecenteschi.

2012 – Inizia il percorso di candidatura del sito seriale “Padova Urbs picta. Giotto, la Cappella degli Scrovegni e i cicli pittorici del Trecento”.

2014 – Vengono coinvolti nel lavoro i rappresentanti degli enti inclusi nella candidatura seriale (Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti; Basilica del Santo – Delegazione Pontifi cia – Veneranda Arca del Santo; Diocesi di Padova) con la consulenza scientifica del Ministero per i Beni Culturali e l’Università di Padova.

2016 – La candidatura viene inserita nella Tentative List. I responsabili dei siti e degli enti che prestano la loro collaborazione scientifica sottoscrivono il
modulo di adesione al Comitato Promotore del Progetto “Padova Urbs picta. Giotto, la Cappella degli Scrovegni e i cicli pittorici del Trecento”

2019 – Il 24 gennaio il Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ha deliberato che “Padova Urbs picta. Giotto, La Cappella degli Scrovegni e i cicli pittorici del Trecento” sarebbe stata la candidatura italiana per la Lista del Patrimonio Mondiale nel ciclo di
valutazione 2019-2020, con esito finale da parte del Comitato del Patrimonio Mondiale a giugno- luglio  2020. Inizia il processo di valutazione con l’invio del dossier al Centro del Patrimonio Mondiale, la visita dell’ispettore ICOMOS per verificare i cicli affrescati candidati e, a novembre, il meeting panel a Parigi.

2020 – La 44a sessione del Patrimonio Mondiale
viene estesa al 2021 a causa dell’emergenza
sanitaria da Covid-19,

24 LUGLIO 2021 – Iscrizione alla World Heritage
List dell’UNESCO.

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