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Lo Stato è lentissimo nel pagare le fatture dei fornitori: ma una soluzione esiste…

Le aziende private vantano un credito di 10 miliardi in fatture non ancora pagate dalla PA

Giuseppe de Concini, consulente d’impresa con esperienza trentennale

Secondo l’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione europea) lo stock di debito verso privati dello Stato italiano per debiti commerciali (parte corrente) è in costante aumento e sfiora i 52 miliardi di euro; ad essi vanno aggiunti altri 6 o 7 miliardi di Euro relativi alla parte capitale (Cfr. “Note on stock of liabilites of trade credits and advances” Aprile 2021).

Nonostante la tendenza al miglioramento delle tempistiche nei pagamenti della Publicca amministrazione, il debito complessivo dello Stato nei confronti dei fornitori si mantiene alto e in crescita tendenziale.

Perché?

La ragione sta nell’annuale gap tra fatture ricevute da fornitori e pagamenti eseguiti. Ad esempio i dati del Mef concernenti il 2020 indicano come, a fronte di fatture ricevute da fornitori per 152,7 miliardi di euro, la Pubblica amministrazione ne abbia pagati 142,7 miliardi di euro, aumentando il saldo negativo giacente di altri 10 miliardi di euro.

La Pubblica Amministrazione è in ritardo cronico nei pagamenti alle imprese

I mancati pagamenti della Pubblica amministrazione – rapportati al PIL nazionale – si attestano al 3,1%,che rappresenta il dato peggiore dell’intera area euro (Spagna: 0,8%; Francia 1,4%; Germania 1,6%). Inoltre nel 2020 (l’anno della pandemia e delle chiusure generalizzate, come della paralisi di molte realtà pubbliche) il debito di parte corrente (cioè quello attinente al funzionamento ordinario dello Stato e dei suoi apparati) della Pubblica amministrazione italiana invece che diminuire (come in tutti gli altri Stati europei) è aumentato (+6% rispetto al 2019 con un aumento pari a oltre 3 miliardi di euro).

Dal 2013 l’adozione anche nel nostro paese della Direttiva UE/2011/7 contro i ritardi nei pagamenti, ha stabilito che la tempistica dei pagamenti tra Pubblica amministrazione e imprese private non può superare, di norma, i 30 giorni (max 60 giorni per particolari forniture, ad esempio quelle sanitarie). Il 28 gennaio 2020 la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia proprio per violazione della norma sui ritardi dei pagamenti e di recente la Commissione Europea ha inviato al Governo italiano una “lettera di messa in mora” sul punto, come pure un richiamo a modificare il c.d. Codice dei contratti pubblici (che prevede ancora 45 giorni di media).

Vi sono settori (come quello delle costruzioni) nei quali i problemi cominciano ben prima dell’emissione della fattura a carico della Pubblica amministrazione.

Il caso clamoroso della Cignoni di Lendinara che costruì il ponte di Calatrava: fu dichiarata fallita ma vanta crediti milionari con la PA

Alla conclusione dei lavori, infatti, si innesca una serie infinita di pastoie e procedure elefantiache tali da far posporre di molti mesi emissione e invio del documento fiscale.

Un esempio: conclusi i lavori per una qualsiasi opera commissionata da un Comune, dovrà essere inviato dall’impresa esecutrice l’ultimo SAL (Stato di avanzamento lavori) all’ufficio Lavori Pubblici del Comune e al direttore lavori.

Costui dovrà avallarlo “sulla base della documentazione fornita e di un idoneo sopralluogo” e, successivamente, certificare la corrispondenza tra l’opera eseguita e il capitolato d’appalto.

Quest’ultima è un’attività che – grazie anche alla disinvolta attitudine della magistratura ad azioni preventive e di responsabilità personale sulla base di ipotesi molto spesso risultate fallaci – può richiedere (tra ripensamenti, dubbi e tentativi di “mettersi al riparo da qualsivoglia responsabilità anche del tutto ipotetica”) parecchi mesi.

Ammettiamo che passino sei/otto mesi buoni e (per puro miracolo) non vengano sollevate contestazioni, richieste di chiarimenti e/o richieste di integrazione della documentazione.

Il direttore lavori appone il suo ok e dunque l’ufficio comunale competente può (in un periodo che va dal mese in su) dare l’assenso all’emissione della fattura da parte dell’esecutore dei lavori comunicandolo allo stesso.

La fattura, dunque, sarà emessa e inviata al Comune con un ritardo pari a nove/dieci mesi (se va bene) dal termine dei lavori.

Chiamiamola “dilazione implicita”. Ad essa si aggiunge la vera “dilazione esplicita” (che va mediamente dai 60 ai 120 giorni) e che fa sì che l’impresa debitrice sia saldata a oltre un anno dalla conclusione dei lavori.

Come si vede, sono termini che metterebbero in crisi chiunque (valga per tutti il caso emblematico della Cignoni di Lendinara che costruì il Ponte di Calatrava a Venezia e fu dichiarata fallita mentre vantava crediti milionari verso la Pubblica amministrazione) e, giova ribadirlo, sono termini quelli sopra indicati che nella prassi quotidiana sono ben superiori.

Se solo un qualsiasi intoppo documentale o burocratico dovesse mai intervenire nel corso del predetto iter, i termini di pagamento potrebbero allungarsi “sine die”.

Di qui l’immane stock di debito scaduto e non pagato che grava sullo stato e, di converso, sui bilanci delle aziende.

E pensare che basterebbe compensare le fatture da pagare con i debiti che l’impresa deve all’erario

C’è un modo per risolvere il problema

Ma esiste un modo per risolvere rapidamente questo problema?

In realtà sì.

Basterebbe che le imprese potessero compensare i propri crediti certi, maturati nei confronti della Pubblica amministrazione, con i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve all’erario.

Si eviterebbe così che tanti artigiani, aziende e piccoli e medi imprenditori finissero per chiudere non a causa dei troppi debiti, ma a causa della mancanza di liquidità determinata dai troppi crediti verso uno dei debitori più sordi e stolidi del mondo: lo Stato italiano in tutte le sue variegate articolazioni.

Ma questo significherebbe da un lato creare quelle “sfasature di cassa” che lo Stato aborre (se riferite a se stesso), dall’altro lato togliere potere (in particolare un potere subdolo e interdittivo) a burocrati grandi e piccoli che rallentano, ottundono, coartano il normale corso dei rapporti commerciali tra PA e privati.

In poche parole significherebbe divenire cittadini e non sudditi. Una vera bestialità!

Che ne direbbe lo Stato se il cittadino sottoponesse allo stesso profluvio di dilazioni, verifiche, accertamenti preventivi (in corso d’opera e successivi), richieste documentali, lentezze ataviche ogni singolo versamento all’erario? Per poi saldare il dovuto con un bel ritardo di oltre un anno?

Verrà il giorno…

Giuseppe de Concini

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