lunedì, 17 Gennaio 2022
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    Thiene, uno straordinario Popolizio racconta il dramma dei migranti americani di Furore di Steinbeck

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    A Thiene un “Furore” diretto e profondo, con Popolizio capace di cambiare registri senza perdere efficacia

    Massimo Popolizio in una foto di scena del suo “Furore”

    Uno straordinario Massimo Popolizio ha suscitato emozione e commozione a Thiene interpretando “Furore” di John Steinbeck al teatro comunale. Da oggi è a Bologna. La storia è conosciuta, visto che il libro è del 1939 e il film di John Houston ed Henry Fonda dell’anno successivo. Il capolavoro di Steinbeck – parallelo e opposto al Gatsby di Scott Fitzgerald – è frutto di una serie di articoli scritti per il San Francisco News nel 1936, quando lo scrittore 34enne fu incaricato di svolgere un’inchiesta sui migranti americani di quegli anni che, a centinaia di migliaia, partivano dagli Stati del centro, Oklahoma e Arkansas flagellati dalla siccità che aveva distrutto i raccolti, per raggiungere la California, terra promessa.

    Ha spiegato Popolizio ad Angela Calvini di “Avvenire”: “Furore fa impressione per la visione epica di un’America in movimento che ricorda i milioni di persone in movimento oggi. Riguardando il passato non puoi che fare un paragone col presente. La grandezza di Steinbeck è di non limitarsi alla cronaca, ma di proporre una visione del mondo”.

    Popolizio: “Steinbeck non fa cronaca, propone una visione del mondo. Il parallelo con l’oggi è immediato”

    Una delle foto diventate storiche di Dorothea Lange sulla migrazione americana degli anni Trenta, trasformata in un capolavoro letterario da Steinbeck

    È esattamente quello che accade nello spettacolo di 71 minuti: lo spettatore è catapultato in una realtà drammatica, aspra e terribile di 80 anni fa, riecheggiante lo stesso carattere degli uomini di oggi che respingono lo straniero perché “è sporco, ignorante, brutto e ladro… Non li vogliamo nelle nostre scuole… Hai soldi per comprarti qualcosa? Se no te ne vai… Lasceresti che tua sorella uscisse con uno così?”. Frasi ascoltate troppo spesso. E’ il dramma di ogni migrazione.

    Sia chiaro, lo spettacolo non è un inno al facile buonismo, piuttosto è una riflessione sull’umanità – o presunta tale – che non cambia e che dà il peggio di sè nelle disgrazie, soprattutto altrui.

    Popolizio ha lavorato molto con Emanuele Trevi, fresco premio Strega, per scegliere cosa raccontare ed elaborare così il testo teatrale: ha centrato il compito, perché lo spettacolo è diretto, asciutto ed efficace. Lo aiutano sulla scena, oltre alle musiche di Giovanni Lo Cascio, le splendide fotografie di Dorothea Lange, che seguì le carovane dei disperati al tempo lungo la Route 66: i suoi scatti sono entrati nella storia.

    Un grande lavoro con Emanuele Trevi sulla sceneggiatura di Furore che si avvale delle foto drammatiche di Dorothea Lange

    Un’altra immagine dei migranti americani degli anni Trenta

    A fare da contraltare alle foto, oltre novanta, c’è la voce recitante di Popolizio che varia su tutti i registri immaginabili, sia che parli della natura ingrata sia che racconti dell’animo umano parimenti arido, dimostrando la classe di un interprete che riesce a immedesimarsi nei panni dello “squalo” Sbardella come in quelli di Giovanni Falcone, di Re Lear oppure di Mussolini redivivo fino al comico parroco con Aldo, Giovanni e Giacomo nel film del 2014.

    Siamo di fronte a un maestro della generazione successiva a quella dei “mostri” che ormai avrebbero un secolo, dai Gassman agli Albertazzi, ma che è altrettanto di spessore, duttile e profondo. Ed è una consolazione che la nostra generazione di sessantenni possa contare su una “stella” come lui sulla walk of fame del teatro italiano.

    Antonio Di Lorenzo

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