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Autorizzato il primo suicidio assistito in Italia

Lo ha deciso il comitato etico dell’ASL delle Marche, dopo una sentenza del tribunale di Ancona: riguarda un 43enne tetraplegico

Una notizia dalla portata storica. Il comitato etico dell’azienda sanitaria delle Marche ha autorizzato il suicidio assistito di un paziente tetraplegico che ne ha fatto richiesta, dopo che a giugno il Tribunale di Ancona le aveva ordinato di verificare che esistessero le condizioni necessarie.

Per la prima volta in Italia un’azienda sanitaria (ASL) autorizza il suicidio assistito applicando un’importante sentenza della Corte Costituzionale del 2019, secondo la quale chi aiuta una persona a suicidarsi non è punibile a patto che siano rispettate alcune condizioni.

La decisione dell’ASL delle Marche è stata resa pubblica dall’associazione Luca Coscioni, che aveva seguito fin dall’inizio la vicenda del paziente tetraplegico, un uomo di 43 anni immobilizzato da dieci anni a causa di un incidente stradale e in condizioni irreversibili.

La richiesta di suicidio assistito era stata fatta nell’agosto del 2020 ma inizialmente l’ASL marchigiana l’aveva respinta, nonostante le procedure della sentenza della Corte Costituzionale prevedano che il suicidio assistito non sia punibile a determinate condizioni.

Il paziente dovrebbe essere «tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale», «affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili» e «pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

L’ASL marchigiana avrebbe dovuto verificare queste condizioni, ma si era rifiutata di farlo.

Mario a quel punto aveva presentato un’istanza al Tribunale di Ancona che, pur riconoscendo che il paziente aveva i requisiti previsti dalla Corte Costituzionale, ha inizialmente dato ragione all’ASL: per il Tribunale non era possibile obbligare l’azienda e gli operatori sanitari a garantire il diritto al suicidio assistito.

Non si è fermato al primo reclamo, arrivando a ribaltare la precedente decisione e ordinando all’azienda sanitaria delle Marche di verificare le condizioni del paziente e la sussistenza dei criteri che rendono l’aiuto al suicidio non punibile.

Ora il comitato etico dell’azienda, un organismo indipendente formato da medici e psicologi che ha la responsabilità di garantire la tutela dei diritti dei pazienti, ha deciso che l’uomo rientra nelle condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale per l’accesso al suicidio assistito, ma ha anche specificato che «restano da individuare ora le modalità di attuazione».

La sentenza della Corte Costituzionale nel caso Dj Fabo

Il fatto che sia stato autorizzato il suicidio assistito dall’ASL marchigiana è possibile grazie a una sentenza della Corte Costituzionale che nel settembre del 2019 si era espressa sul caso di Marco Cappato, il politico e attivista dell’associazione Luca Coscioni che era stato accusato – in base all’articolo 580 del codice penale – di avere aiutato a suicidarsi Fabiano Antoniani, più noto come dj Fabo, rimasto paralizzato e cieco dopo un incidente.

La Corte aveva stabilito che, a determinate condizioni, l’assistenza al suicidio non è punibile; e che la pratica di assistenza al suicidio non è equiparabile all’istigazione al suicidio (equiparazione che fa invece l’articolo 580 del codice penale). La sentenza non interveniva direttamente sul diritto al suicidio assistito, quindi, ma su chi sceglie di aiutare coloro che hanno deciso di morire. Indirettamente, però, la sentenza ammetteva il suicidio assistito in condizioni molto circoscritte, e chiamava in causa su questo tema il Servizio sanitario nazionale.

Non finisce qui: sono le strutture sanitarie pubbliche verificare le condizioni in cui è ammesso il suicidio assistito.

Infatti, il suicidio assistito appena autorizzato non equivale all’eutanasia, nella quale il medico ha un ruolo fondamentale: nell’eutanasia attiva somministra il farmaco, in quella passiva sospende le cure o spegne i macchinari che tengono in vita la persona. In Italia non ci sono leggi che regolamentino l’eutanasia attiva e il suicidio assistito, ma solo la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato. L’eutanasia passiva, invece, dal gennaio del 2018 è regolata dalla legge sul testamento biologico.

L’eutanasia attiva riguarda proprio la proposta di referendum che ha raggiunto più di un milione di firme e che se venisse autorizzato dovrebbe svolgersi il prossimo anno. Il referendum propone di abrogare una parte dell’articolo 579 del codice penale, quella che punisce l’omicidio del consenziente: in questo modo sarebbe permessa l’eutanasia attiva, che avviene quando il medico somministra il farmaco necessario a morire, e che è attualmente illegale in Italia.

Enrico Caccin

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