mercoledì, 19 Gennaio 2022
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    Il direttore Greco: “Entro cinque anni abolirò il biglietto d’ingresso al museo egizio di Torino”

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    Il direttore del Museo egizio, il vicentino Christian Greco, ha parlato a Vicenza

    Il direttore del muso egizio assieme ad Antonio Girardi ed Enrico Stagni dela Società teosofica che l’ha avuto ospite a Vicenza

    Ha un obiettivo in mente: entro cinque anni abolire il biglietto d’ingresso al museo egizio di Torino, del quale Christian Greco è diventato direttore a 39 anni, nel 2014, dopo una lunga esperienza professionale tra Italia, Usa e Olanda, specialmente all’università di Leida. Nel 2019, dopo cinque anni della sua gestione, il museo egizio è arrivato a 850mila visitatori, quasi triplicandoli rispetto all’inizio del mandato. Greco, vicentino con scuole in via Riale e maturità al Pigafetta, torna spesso nella sua città: questa volta è venuto a festeggiare con una relazione d’alto livello i 40 anni della Società teosofica, presenti il segretario nazionale Antonio Girardi e il presidente della sezione vicentina, Enrico Stagni.

    Se abolisce il biglietto, la sua presidente Evelyn Christillin, non sarà felicissima. Lei pensa ai bilanci.

    “Anch’io. Vedrà che i conti torneranno, anzi. Se una persona non paga il biglietto è più motivata a spendere, che so, per l’audioguida che altrimenti lascerebbe da parte. E poi rifletta sulle entrate del bookshp: quelle del bookshop del British Museum, dove appunto non si paga il biglietto, sono aumentate del 480 per cento”.

    È complicato lavorare con la presidente Christillin che è un personaggio di rilievo nazionale?

    “No, ci siamo divisi i ruoli. Magari a me piacerebbe rilasciare un’intervista alla televisione, ma so che tocca a lei. E poi, onestamente, non mi pesa granché. In compenso lei su ricerca, organizzazione scientifica e rapporti internazionali non mette bocca”.

    Quanto pensa di restare al museo egizio?

    “Possibilmente fino alla pensione”.

    Christian Grego, direttore del Museo egizio di Torino dal 2014, quando aveva 39 anni

    Cosa vuol dire essere direttore di un museo, oggi?

    “Quando sono andato a lavorare in Olanda il mio direttore mi disse: se tu hai avuto un posto qui significa che altre venti persone sono rimaste fuori. Quindi devi essere attento a tutti, anche al bambino di otto anni che ti scrive una mail. Insomma, se vieni qui per fare la tua carriera e pubblicare, quella è la porta”.

    Un benvenuto con i fiocchi per un ricercatore.

    “Aveva ragione e ho imparato la lezione. Mi sento davvero un civil servant: faccio un lavoro per la collettività e devo entrare in rapporto con il pubblico. Del resto, in Olanda ho insegnato per otto anni in una scuola al porto di Rotterdam. Se sono sopravvissuto a quello… Noi in Italia non ci rendiamo conto di cosa siano le scuole nel nord Europa: avevo nove classi e 280 allievi dai 12 ai 18 anni. Le due ore di greco le avevo al venerdì dalle 15 alle 17. Non so se mi spiego”.

    Secondo lei, il pubblico da cosa è rimasto colpito rispetto alla sua gestione?

    “Penso abbia apprezzato un rapporto diretto, di condivisione. Ho introdotto l’idea della licenza creative commons, la condivisione delle immagini, la passeggiata con il direttore, che è molto gradita. Siamo passati da zero a 89 stagisti l’anno. Insomma, il museo è diventato un posto aperto”.

    Ci sono novità post-pandemia?

    “Abbiamo aperto una nuova sala che s’intitola “Alla ricerca della vita” che si potrebbe anche intitolare “Una vita, sei storie”. Cioè abbiamo preso sei mummie con età diverse: un feto, un bambino di 4 anni, una ragazzina di 12, un’altra di sedici, un anziano di 40 e una donna molto vecchia di 50… Queste mummie si raccontano: abbiamo realizzato un grande vetrinone con 89 mummie. Ho speso 1 milione e 100 mila euro però faccio capire. Ho chiuso la caffetteria per farci un deposito climatizzato, ho costruito pareti in vetro a cristalli liquidi: si illuminano per 3 minuti e 30 le varie sezioni e a fianco della mummia c’è un video che racconta il luogo dov’è stata trovata, le immagini, i documenti che raccontano come fosse vivere 2000 anni prima di Cristo. Ha molto successo”.

    Con la cultura si mangia, d’accordo, ma quanto?

    “Si mangia se la cultura diventa ricerca. Pensando che i musei siano un luogo polveroso, ci siamo dimenticati che i musei devono avere tre caratteristiche sintetizzabili in altrettante parole: ricerca, innovazione e formazione. Senza ricerca il museo è morto. Perché il museo non sta fermo: è il luogo in cui la società lo ha deputato a essere un istituto della memoria per la comunità. La memoria va preservata, coltivata, studiata. Poi il museo deve diventare innovativo: non è possibile che se scrivo un libro su Caravaggio sia più facile avere immagini dal Metropolitan che non dai musei italiani, che devo anche pagare. Ecco perché ho insistito sulla licenza creative commons”.

    E la formazione?

    “La mancanza di formazione nei musei mi fa letteralmente arrabbiare. Vorrei finirla con la deportazione delle scolaresche nei musei. Abbiamo 4667 musei che non fanno formazione, parlo dalla scuola d’infanzia all’università sino alla formazione continua. In Olanda i deputati dopo essere essere stati eletti vanno al Rijksmuseum a informarsi, perché loro ragionano così: se vuoi prendere decisioni sul tuo Paese prima a studiarne la memoria, se no che decisioni puoi prendere?”

    Tutti si lamentano nei musei che lo Stato non li finanzia. Hanno ragione?

    “Vengo da un museo che non era finanziato dallo Stato. Ma il museo egizio non può essere preso come paragone perché ha collezioni particolari. In cinque anni abbiamo fatto cinque milioni di avanzi che ci hanno permesso di sopravvivere durante la pandemia. Però sei i musei diventano osmotici con l’università, il discorso inizia a cambiare… In questo anno e mezzo di pandemia nessuno ha messo in dubbio l’importanza della scuola e dell’università. Sulla cultura, invece, è stato detto: ‘se non vengono i turisti stranieri, siamo finiti’. Tutto sbagliato. La cultura deve entrare all’interno della nostra vita. Ci vuole una grande riforma antropologica e sociologica in questo Paese che ci porti ad allineare i numeri. Nei Paesi scandinavi il 91% della popolazione va una volta all’anno in un museo, in Italia è al 26%. Perché il museo per noi è la gita”.

    E altrove?
    “Sono andato al Nordiska museet di Stoccolma e ho visto che le famiglie, le quali entrano senza pagare il bigliettoro, hanno una grande sala con frighi e tavoli; le mamme vanno nelle sale con i bambini, i papà fanno da mangiare, poi pranzano tutti assieme. Il museo è casa. Da noi non è così”.

    Come vede la sua Vicenza da Torino?

    “Sono molto felice di questo progetto su Vicenza capitale della cultura in Italia perché a prescindere dal risultato, significa sedersi attorno a un tavolo e ragionare su una progettazione culturale e sul futuro di questa città. Credo che Vicenza abbia un enorme potenziale ancora inespresso. Spero che non voglia seguire l’esempio di Venezia e Firenze, dicendo ‘abbiamo bisogno di turisti’ che in realtà portano un valore aggiunto, anche economico, pari a zero. Spero che Vicenza torni al modello di Palladio, quello della fabbrica. Una fabbrica di costruzioni, una fabbrica di welfare, in cui la cultura diventi una parte ingente di questo progetto”.

    Perché secondo lei è importante?

    “Perché le rovescio la domanda: quanti vicentini vanno a Santa Corona o al criptoportico romano? Quanti vicentini sanno che l’Olimpico è il teatro coperto più antico al mondo? Quanti sanno che noi siamo la vera città tardo rinascimentale, tenuta quasi intatta? Io ho fatto le scuole a Vicenza e la mia insegnante di storia dell’arte, Sabadin, in via Riale non ci ha mai tenuto in classe, ma si andava fuori, ci si sedeva per terra. C’è bisogno di persone così”.

    Vicenza ce la farà a vincere la concorrenza delle altre candidate?

    “Non so se ce la farà, i competitor sono forti, poi ci sono giochi politici. Se c’è Bergamo e Brescia nel 2023 è difficile che ci sia un’altra città del Nord. Impariamo da loro, che hanno anche investito molto: prenda il nuovo museo a Brescia, senza puntare sull’allestimento ma chiamando Marcello Barbanera, che è uno dei più grandi archeologici che abbiamo. Io spero che questo possa essere un percorso che porti Vicenza a investire e invertire la rotta”.

    Le piramidi le hanno costruite gli alieni?

    “No, naturalmente no”.

    E va bene. Ma perché nella cultura popolare gli egizi sono collegati a questa idea?

    “Perché è colpa nostra. Siamo noi che diamo adito a queste interpretazioni. Noi egittologi non siamo capaci di comunicare i risultati della ricerca e quanto l’Egitto abbia ancora da dire. E quindi lasciamo libero spazio a chi, come Wilbur Smith vende 190 milioni di libri scrivendo, dal punto di vista egittologico, delle scorrettezze dall’inizio alla fine. Il pubblico, da Omero in poi, che trova molto affascinante il mistero, invece che da noi cerca le informazioni in un altro modo”.

    Antonio Di Lorenzo

     

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