mercoledì, 19 Gennaio 2022
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    Il fascino di “Squid game”: come reagiremmo se fossimo nelle loro stesse condizioni?

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    La violenza di Squid game ci interroga sul nostro “io” più profondo

    Un’immagine della serie tv coreana “Squid game”, dal successo planetario

    È diventata un fenomeno di culto “Squid Game”, ossia “Il gioco del calamaro”, la serie tv coreana disponibile su Netflix che ha scalato la vetta della classifica dei titoli più visti in oltre 90 Paesi. Anzi, è la serie tv più popolare nella storia di Netflix. In poche settimane, è stata vista da più di 111 milioni di abbonati in tutto il mondo.

    Composta in nove episodi, è centrata sulla sopravvivenza: 456 concorrenti disperati gareggiano gli uni contro gli altri in vari giochi per bambini nel tentativo di sopravvivere e vincere il montepremi di 45,6 miliardi di won che potrebbe trasformare le loro esistenze difficili.

    Molti spettatori, prima di cominciare la visione della serie, si sono chiesti: “Squid Game fa paura”? dato che la visione è vietata ai minori di quattordici anni.

    Di per sé la serie non è considerabile alla stregua degli horror, genere alla cui visione è abitualmente associata la paura suscitata in chi guarda. Si tratta di un thriller psicologico, ovvero di una serie i cui risvolti sono ben più profondi della mera violenza che viene messa in scena.

    Violenza che, tuttavia, la serie non si esime dal mostrare. La brutalità delle sfide di “Squid Game”, tutte variazioni mortali di popolari giochi per l’infanzia come “Un, due, tre, stella”, ha sempre implicazioni cruente che risultano in frequenti scene splatter, sia che si tratti di uccisioni che di torture. Chi è suscettibile alla resa visiva e al sovente ricorso alla violenza in una serie potrebbe non trovarsi a proprio agio nella visione di “Squid Game”, che tuttavia non è una serie brutale fine a sé stessa.

    La vera domanda che perseguita lo spettatore è una sola: chi si cela dietro a questi giochi e perché li ha organizzati? Addentrarsi nella psiche di chi accetta di partecipare al gioco, ma soprattutto in quella di chi ha ordito quel perverso torneo, è la ragione che spinge gli spettatore a rimanere incollati allo schermo.

    Per questa ragione, non è “Squid Game” a fare paura di per sé, ma l’ipotesi che, messi nelle condizioni estreme di dover sopraffare la concorrenza a qualsiasi costo, ogni essere umano è potenzialmente capace di commettere atti inimmaginabili.

    Paolo Di Lorenzo

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