domenica, 14 Agosto 2022

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    Vicentina rifiutata da quattro università italiane, si prende la rivincita: insegna ad Harvard

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    La vicentina Sara Elettra Zaia da Breganze è archeologa: dal 2015 lavora all’università di Harvard

    La prof. Sara Elettra Zaia mostra con orgoglio un riconoscimento che le è stato assegnato ad Harvard per i suoi meriti di docente

    È stata rifiutata da quattro università: Napoli, Padova, Torino, Bologna. In Italia non è mai riuscita a vincere il concorso per il dottorato. Ma lei, che è archeologa e dunque ha la determinazione di Indiana Jones, non ha mollato. Così adesso Sara Elettra Zaia da Breganze, insegna all’università più prestigiosa al mondo, quella di Harvard.
    La sua è una storia incredibile che da un lato rende merito al suo talento e al carattere, dall’altra solleva i già pesanti dubbi sulla capacità del sistema universitario italiano di valorizzare i propri giovani.
    Sara ha 37 anni e lavora ad Harvard da sei, cioè da quando ha vinto il dottorato. Ha alle spalle un diploma allo scientifico “Brocchi” di Bassano, una laurea triennale in archeologia a Padova e specialistica a Bologna, città in cui risiede quanto torna in Italia dagli Usa o da qualche scavo in giro per l’Africa o l’Asia.

    Sara Zaia nel deserto mentre usa la scopetta per pulire un ritrovamento

    La passione per l’Egitto e l’archeologia è nata da bambina: non sapeva neanche leggere quando i genitori, Bruno e Dina Lievore, che l’hanno abituata a girare per i musei, le regalarono un libro sull’antico Egitto e la Libia: le divinità colorate con le teste di animali e le mummie affascinarono gli occhi e la mente della piccola. “A dir la verità le cose schifosette mi hanno sempre attratto – confessa – Se oggi qualcuno mi chiede che lavoro faccio, rispondo: scopetto morti. La verità è che mi piace stare fuori, sul campo, piuttosto che leggere geroglifici in biblioteca”.
    La tesi di dottorato che sta preparando è centrata sul modello di spostamento delle navi egiziane attorno alla mitica Terra di Punt, che non si sa esattamente dove si trovasse: si ipotizza nel Corno d’Africa, ma era ben presente agli antichi egizi perché la citano nei documenti. Quindi il raggio d’azione di Sara coinvolge il Sudan orientale, l’Eritrea, Gibuti, lo Yemen perché gli egiziani da quei luoghi portavano a casa incenso, mirra, avorio, pelle di leopardi. Navigavano vicino alla costa e poi attraversavano un deserto, non esattamente una passeggiata. Come ci riuscissero e dove fossero diretti è un piccolo grande mistero che sta esplorando.

    La prof. Zaia prende in mano le ossa di uno scheletro trovato nel deserto

    Quel mondo ha iniziato a frequentarlo già da studentessa a Padova (quando scavava a Rotzo sull’Altopiano di Asiago e a Nora in Sardegna) e poi, con gli anni, il suo passaporto ha collezionato i timbri delle dogane più impensate: in Egitto ad Assuan, Luxor (con l’università di Yale) e nel Mar Rosso con la Sorbona, poco più a sud di Suez. Quindi Khartoum in Sudan, Eritrea, Oman, Kazakistan: “Quando ho lavorato in Sudan – racconta – per due mesi ho vissuto in una casetta senza acqua corrente. Lavoravo finché non finiva l’energia. Mi lavavo nel Nilo e bevevo l’acqua della secchia, o quella attinta dal fiume con filtri in ceramica”.
    Così ha trascorso sette anni, dalla laurea specialista all’inizio del dottorato, periodo che ha impiegato specializzandosi in rilievi topografici e fotogrammetria: insomma ha acquisito altre competenze tecniche, imparando a pilotare anche i droni. I viaggi di lavoro, naturalmente, non arrivano dal cielo: bisogna cercarseli. E lei scavava d’inverno, a motivo del caldo meno soffocante, mentre d’estate, per mantenersi, dava una mano all’azienda della sorella Giulia, che offre servizi per l’automotive, ma siccome non è schizzinosa è diventata anche guida del museo di Bologna.
    Nel frattempo Sara tentava i concorsi di dottorato in Italia, in quattro università, come detto senza fortuna. “Prova negli Usa”, le suggeriva Kimball Banks, amico e collega americano. Gli rispondeva: “Figurati, è un sistema diverso dal nostro. Si vede che l’università non è la mia strada”. Il suggerimento però le resta in un angolo della memoria e rispunterà al momento giusto.

    La prof. Zaia con un cappello alla Indiana Jones: ma nei deserti è essenziale

    Siccome la Nostra non molla, infatti, tra uno scavo e l’altro Sara trova il tempo di frequentare un tirocinio di tre mesi al “Fine art museum” di Boston: glielo procura il professor Peter Der Manuelian, al tempo docente alla Tufts, università privata di Boston. È il 2010, un anno dopo la laurea specialistica. L’idea del docente è creare un archivio on line su Giza: lei risponde all’appello, riesce a ottenere del materiale scavato da Schiaparelli dal museo di Torino (naturalmente stiamo parlando di immagini, non dei reperti reali) e inizia un rapporto di collaborazione con il professore.
    Quando, seguendo il suggerimento dell’amico Banks, nel 2015 spulcia il sito di Harvard per frequentare un dottorato, scopre che nel frattempo il professor Der Manuelian è diventato ordinario proprio in quell’università. “Che faccio? – gli chiede – Provo oppure è fantascienza?”. Lui le consiglia di tentare, anche se i posti sono tre all’anno su centinaia di domande presentate. Ma, inaspettatamente, la domanda di Sara è accettata. Il che non è un traguardo da poco: vuol dire, per esempio, ottenere anche una borsa di studio che copre le tasse, vale a dire 42 mila dollari l’anno.
    Gli italiani subito pensano che nell’ammissione di Sara sia contata la raccomandazione del professore, ma in realtà non è così: bisogna avere un curriculum pesante per convincerli. C’è un motivo molto tecnico che ha favorito Sara: nelle università americane il dottorato è frequentato subito dopo la laurea triennale e, quindi, la stragrande maggioranza di chi è ammesso non ha uno straccio di esperienza sul campo. Lei, come abbiamo visto, ne aveva moltissima.
    Tra i compiti del dottorando, c’è quello di produrre tre saggi inediti ogni anno e dal terzo anno si diventa assistenti del docente: quindi, c’è anche l’obbligo di insegnare agli studenti oltre a seguirli nei loro percorsi e vistare la loro produzione scientifica: “Qui nessuno regala niente – spiega Sara – I ritmi sono molto duri, soprattutto nei primi due anni. Sono parecchi che non ce la fanno e lasciano. Io studiavo dalle sei del mattino alle due di notte e i week end erano comunque destinati a studiare. Tanto per dare l’idea, avevo 1500 pagine da leggere alla settimana solo di un corso e dovevo seguirne quattro. Poi ci sono anche i compiti settimanali, quindi le attività extra corso: gli interventi “talk” fanno parte della formazione. Ma io sono una persona che non molla”.
    Sono pochissimi gli europei ad Harvard: nel suo dipartimento di antropologia sono tre su 35 dottorandi. Lei è l’unica italiana. Con la borsa di studio da studenti si riesce a vivere, certo, ma comunque è vietato svolgere un altro lavoro. In cambio, le facilitazioni sono notevoli: sia quelle materiali (l’università contribuisce alle spese di viaggio per recarsi in giro per il mondo negli scavi) sia i contatti d’alto livello che procura. Senza dire che un dottorato ad Harvard apre moltissime porte, anche nelle aziende private.
    E il futuro? Sara non si chiude nessuna porta: “Vedremo Potrebbe essere un master post-doc in California, potrei proseguire nella carriera accademica. Magari anche in Europa. In Italia no, non penso di rientrare: diciamo che l’ambiente accademico italiano non è molto amichevole”.

    Antonio Di Lorenzo

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