mercoledì, 19 Gennaio 2022
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    “La vita canbia”, ricordi dalla Grande Guerra alle migrazioni di massa

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    Intervista al Maestron che presenta la sua ultima fatica letteraria: “Utilizzo una formula da diverso tempo: raccontare perché i vecchi ricordino e perché i giovani imparino”

    La vita canbia” è l’ultimo libro dell’ormai noto scrittore locale Maestron, pubblicato il 13 ottobre per la casa editrice ScantaBauchi. A solo un mese dall’uscita le richieste per nuove copie non accennano a fermarsi.

    Un anno fa “architettura rurale veneta” ora “La vita canbia”. Sembra che la penna più scriva più si ricarichi…

    “È qualcosa che è più forte di me, è la mia passione. Quando ho un attimo amo chiudermi nel mio studio, nel mio silenzio e stendere tutti quei ricordi che ho messo” come spesso ama definirla “nella mia valigia. Poi anche una salute cagionevole, che mi spinge a stare spesso in casa, contribuisce.”

    L’immagine di copertina ha un significato molto forte, quasi nostalgico. Come va interpretata? 

    “È un’allegoria. Troviamo due anziani che salutano poco più in là due giovani ragazzi saliti su un camion. Dove vanno? Di che cosa voglio parlare? Ovviamente dell’emigrazione. Non essendoci lavoro i vecchi sono rimasti e la gente povera è emigrata verso un’alba migliore (da notare il sole sullo sfondo che si alza piano, simbolo di rinascita e speranza). Ma non solo, nel mio libro parlo anche di un altro fenomeno del secondo dopo guerra: il pendolarismo. In molti, dalle nostre zone, andavano a Padova, altri a Marghera, a Stra dove i giovani trovavano collocamento nelle fabbriche di scarpe”.

    Racconta quindi tutti avvenimenti accaduti dalla fine del fascismo? 

    “In realtà no, sono partito da molto prima. Scrivo della fine della Grande Guerra, la famosa guerra di trincea che ha causato milioni di vittime, vedove e mutilati e di come lo Stato aveva promesso ristori che non arrivarono mai. Parlo dei primi scioperi. Trova spazio anche la figura di Mussolini, la marcia su Roma e le elezioni corrotte con la critica senza alcune remore di Matteotti, assassinato poi il 10 giugno del 1924. Infine, traccio la caduta del fascismo, la gente che non trova lavoro e la fame che era tanta. Allora ci furono le prime emigrazioni e il pendolarismo di cui parlavo poco fa”.

    È un’opera impegnata. 

    “Voglio precisare: non sono uno storico. Questi sono i miei ricordi, le mie esperienze. Ciò che mi è stato tramandato e raccontato. I lettori non si devono preoccupare, c’è spazio anche per la vena umoristica”.

    Cosa la spinge a raccontare questi aneddoti? 

    “Utilizzo una formula da diverso tempo: raccontare perché i vecchi ricordino e perché i giovani imparino. Poi per la parte umoristica, sa com’è: chi vuole far ridere solitamente è una persona molto triste. Ecco, per un momento voglio dimenticare tutte le mie tristezze”.

    Cosa le scrivono i lettori? Immagino che in molti si ritrovino nelle storie che racconta. 

    “È normale, secondo me. Alla fine tutti, chi più chi meno, si sono trovati a vivere in quelle difficoltà, hanno vissuto direttamente o indirettamente certi fatti. Poi, per farvi qualche risata, vi invito a visitare il mio sito www.maestron.jimdofree.com, lì troverete anche tutte le foto che i miei lettori mi mandano ogni giorno. Non posso che ringraziarli”.

    Samuele Contiero

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