martedì, 17 Maggio 2022

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    Vicenza, ecco il professor Demo che alla mostra in Basilica trasforma le monete antiche in maiali

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    Per i quadri esposti alla mostra di Vicenza il professore ha trovato un controvalore curioso ma affidabile

    Il professor Edoardo Demo, docente all’università di Verona (anche nella sede di Vicenza) di storia economica

    L’aspetto più curioso e innovativo della mostra “La fabbrica del Rinascimento”, aperta in Basilica palladiana sino al 18 aprile, riguarda una questione assai pratica: il valore delle opere esposte. La rassegna sul Cinquecento vicentino, impeccabile da un punto di vista iconografico, con 90 opere che arrivano da 64 prestatori di tutto il mondo, vuole insistere infatti anche su questo aspetto. Così il curatore Guido Beltramini si è posto una domanda: quanto valevano nel Cinquecento le opere che noi ammiriamo oggi con tanta meraviglia? Cioè, quanto valeva il lavoro dell’artista?

    Per rispondere a questa domanda serviva una “moneta” per la comparazione dei valori e, soprattutto, qualcuno che riuscisse a svolgere questo lavoro. La “moneta” è stata individuata nel maiale, parafrasando una scelta del “Moma” di New York che usa come comparazione di valore le vacche: vicino a ogni opera in mostra in Basilica, quindi, ci sarà un disegno che mostra quale fosse al tempo il suo valore o meglio il suo potere d’acquisto, espresso appunto in maiali.

    Lo studioso che ha realizzato questo lavoro – per la prima volta al mondo così completo e rigoroso, secondo regole scientifiche – è Edoardo Demo, 52 anni, professore associato all’università di Verona, storico dell’economia che insegna anche ai corsi di laurea di Vicenza, anzi di alcuni è coordinatore scientifico.

    Cosa ha fatto il professore? Prima di tutto ha escluso che si possa aggiornare il valore delle monete di un tempo (e nel Veneto ce n’erano parecchie: ducati, troni, marchetti…) semplicemente moltiplicando la quantità di oro e argento contenute per il valore che i metalli hanno attualmente. Troppo semplicistico, non tiene conto di un’infinità di variabili. Bisognava rispondere a un quesito: se il pittore, per dipingere un quadro, era pagato mettiamo dieci ducati, e questo è abbastanza semplice da sapere, a che cosa corrispondevano quei valori nella realtà? Cosa ci si poteva comprare? Qui è scattato il lavoro di Demo che ha poi tradotto questo potere d’acquisto in maiali.

    Il metodo l’ha insegnato il “Cheeserburger index” che valuta gli stipendi in cheesburger di Mac Donald’s

    Un bellissimo quadro di Jacopo Bassano esposto alla mostra in Basilica: accanto al dipinto il misero controvalore in maiali: cinquecento anni fa valeva appena un terzo di un maiale

    Come stabilire il valore di un maiale nel Cinquecento? Non è un compito facile e l’idea è tutt’altro che astrusa, se è vero che gli economisti moderni hanno elaborato un “Cheesburger index” che compara gli stipendi del mondo esprimendo il loro valore in cheesburger di Mc Donald’s che con quella somma di possono acquistare.

    Muovendosi sulla scia degli studi di Giulio Ongaro dell’università Milano Bicocca, Edoardo Demo è riuscito nell’impresa di determinare il valore dei maiali nel Cinquecento grazie a una serie di documenti vicentini che ha scovato: quelli contabili della famiglia Razzanti di Schio, quelli del fattore di Giulio Thiene e il registro di Fabio Monza, cronista del tempo. Ha così scoperto che esistevano maiali da un ducato, piccoli e tristi, altri belli grossi da 9 ducati e quelli medi, “mezzanotti” il cui prezzo variava da 2 a 3.5 ducati.

    Preso a riferimento il prezzo medio, non è stato difficile stilare una tabella comparativa del valore dei quadri esposti. Così s’è scoperto che il quadro dei cani di Jacopo Bassano valeva al tempo solo mezzo maiale, mentre i gioielli incisi da Belli, giunti dal Vaticano a Vicenza, ne valevano 240.

    Molti nobili del Cinquecento lavoravano, non erano dilapidatori di fortune familiari

    Ma soprattutto il professore è riuscito in un’altra impresa, questa dal sapore squisitamente scientifico. Ha definitivamente pensionato l’idea di Marino Berengo secondo cui i nobili del tempo erano nullafacenti e vivevano di rendita, “rentier” li chiamavano alla francese. No, i documenti che ha trovato dimostrano esattamente il contrario: questi nobili lavoravano, erano imprenditori. Il dubbio l’aveva posto a suo tempo Howard Burns e con questo lavoro Demo contribuisce a ripristinare un’immagine corretta della nobiltà del tempo, molto occupata nelle attività imprenditoriali, nella fabbricazione della seta, per esempio, di cui Vicenza era una capitale. Non a caso nel 1590 sul Bacchiglione a Vicenza esistevano 100 mulini che fornivano energia per la lavorazione della seta. (a.d.l.)

     

     

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