domenica, 25 Settembre 2022

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    Cannabis light: è legale?

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    Cannabis light: è legale? Un breve excursus dell’evoluzione normativa

    La cannabis e le questioni che il suo utilizzo solleva si trovano da sempre al centro di dispute su diversi fronti.

    La principale controversia riguarda sicuramente il modo in cui la canapa light di qualità oggi in commercio viene considerata dal punto di vista meramente etico, ma anche e soprattutto legale.

    E a questo proposito, è interessante esaminare come nel corso degli anni la cannabis sia passata dall’essere una fonte di prestigio internazionale al venir considerata la radice di tutte le tossicodipendenze. Chi non ha mai sentito celeberrima la frase “si comincia sempre dalla marijuana”?

    Tornando indietro di meno di due secoli, è imprescindibile descrivere brevemente il ruolo che la coltivazione di canapa ha avuto
    nell’economia italiana. Ai principi del ‘900 infatti, la sua produzione rappresentava una fetta considerevole delle esportazioni del Bel Paese. L’italia era infatti il maggior produttore di canapa a livello mondiale, fino a quando, nel 1930, non fu annoverata tra le sostanze velenose aventi azione stupefacente.

    La situazione odierna non è cambiata di molto, anzi quasi per niente. Stando al DPR 3019/90, la legislazione nazionale continua a considerare la cannabis una sostanza stupefacente. Le uniche e rare deroghe previste riguardano limitate situazioni di
    utilizzo terapeutico e consumo a scopo ricreativo. Ciò che consente di tracciare la flebile linea che separa legalità e illegalità consiste nell’individuazione della percentuale di tetraidrocannabinolo contenuto nella pianta.

    Secondo le norme attualmente in vigore infatti, l’efficacia drogante della cannabis risiede proprio nel THC, sostanza psicotropa
    responsabile dell’alterazione di diverse facoltà psichiche, quale, per esempio, la percezione del tempo e dello spazio.

    Nessuna menzione particolare in merito al CBD, il secondo dei maggiori principi attivi contenuti nella cannabis.

    Il cannabidiolo, secondo diverse ricerche effettuate nel corso degli ultimi anni, parrebbe essere il responsabile del tipico rilassamento mentale e muscolare che succede all’assunzione della marujuana.

    Da qui l’esigenza di operare una distinzione tra cannabis e cannabis light, che a differenza della prima, presenta ridottissime quantità di THC, quasi assente, mentre mantiene inalterata la percentuale di CBD, suggerendo un utilizzo che, eliminati gli effetti psicoattivi, dovrebbe permettere di beneficiare dei sopradescritti vantaggi.

    Di conseguenza, nasce la necessità di approfondire la questione della cannabis light e soprattutto di chiarire i limiti all’interno dei quali produttori e consumatori possono agire nella legalità.

    La legge ad oggi

    Attualmente, la legge italiana ammette la coltivazione dei semi di canapa, a condizione che questi siano tracciabili e certificati.

    Un ulteriore e non meno importante requisito che la cannabis non può esimersi di avere per poter essere coltivata, riguarda la
    concentrazione di THC. Come spiegato sopra, è nella percentuale di questo principio attivo che si basa la legalità o meno della produzione.

    Nello specifico i limiti di tetraidrocannabinolo consentiti vanno dallo 0,2% allo 0,5%.

    La canapa risulta essere una pianta molto versatile, le cui applicazioni spaziano tra molteplici settori. Dalla cannabis si possono infatti alimentare filiere differenti. La sua lavorazione può produrre fibre tessili, prodotti alimentari, prodotti cosmetici, carta, materiali impiegati dalla bioedilizia e grazie alla sua resistenza alle erbe infestanti partecipa attivamente alla bonifica dei terreni, oltre che ad aumentarne la fertilità.

    Ma vediamo meglio cosa prevede la norma per quanto riguarda coltivatori: “il commerciante non potrà essere punibile per l’art. 73 DPR 309/1990 laddove dimostri documentalmente la provenienza lecita delle infiorescenze da lecite coltivazioni, in virtù del valore della presunzione di legalità della documentazione (fiscale e di trasporto) che accompagna un prodotto lecito.”
    Stesso trattamento per i consumatori, che potranno acquistare e utilizzare la cannabis e i suoi derivati senza incorrere in alcun tipo di problema, a patto che le restrizioni riguardanti la concentrazione di THC vengano rispettate.

    Gli italiani chiedono un referendum

    Il popolo si è espresso e in brevissimo tempo, appena una settimana, ha raccolto più di 500 mila firme.

    La questione della legislazione in merito a produzione e vendita di cannabis legale si è dimostrata essere solo la prima di una serie di situazioni riguardanti la marijuana che richiedono un intervento da parte dello Stato.

    La depenalizzazione dell’uso personale della cannabis per così dire “classica”, ha subìto una forte spinta in avanti, in seguito al
    precedente della dimostrazione della coltivazione per fini non di spaccio.

    Secondo la legge attualmente in vigore infatti, il consumo di marijuana non è imputabile. L’illegalità si manifesta nel caso in cui si dovesse appurare lo spaccio o la detenzione di quantità non consentite dalla legge.
    Come per qualunque faccenda, si possono trovare valide argomentazioni a favore o contro e in effetti ciò si è verificato anche in
    questo caso.

    Le principali motivazioni a sostegno della legalizzazione consistono principalmente nel fatto che non vi siano casi documentati di morti conseguenti all’assunzione di cannabis, mentre ce ne siano nel caso di abuso di altre sostanze considerate invece legali, come alcol e tabacco.

    In secondo luogo, assumersi la responsabilità da parte dello Stato di gestire e regolamentare tutto ciò che riguarda la marujuana, toglierebbe il controllo e, di conseguenza, anche i proventi che ne derivano alla criminalità organizzata.

    In ultimo, ma non meno degno di nota, il punto di vista che vedrebbe tribunali e carceri notevolmente alleggeriti dall’eliminazione di tutti quei processi che scaturiscono dal possesso di irrisorie quantità di cannabis.

    Di contro, non mancano le obiezioni, altrettanto convincenti. Gli oppositori, partendo dalla convinzione che non esista una
    distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, temono di incentivare il consumo di sostanze stupefacenti, soprattutto nei ragazzi in crescita.

    Il referendum è stato concesso?

    La consulta boccia il referendum. Le motivazioni addotte da Giuliano Amato, presidente della Corte costituzionale italiana sono le seguenti: «Il referendum non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali».

    In conclusione

    Nulla di fatto quindi. L’Italia non sembra essere pronta ad una evoluzione in materia di legalizzazione della cannabis, o almeno la sua classe politica.

    Peccato per l’occasione sprecata di avvicinarci ad un modello di società diverso, più realista e meno idealista, come sono ormai molti Stati europei, che affrontano il loro presente senza lasciarsi condizionare dalla paura di ipotetiche problematiche, che in effetti, ci dimostrano, non è nemmeno detto che si verifichino.

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