mercoledì, 17 Agosto 2022

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    Asili nido: i risultati dell’indagine di Ca’ Foscari e Istat

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    L’indagine di Ca’ Foscari e Istat rivela che gli asili nido hanno mantenuto la continuità educativa anche durante la pandemia, ma ora hanno bisogno di sostegno

    Nell’anno educativo 2020/21, solo il 10% strutture educative pubbliche e private dedicate ai bambini tra 0 e 3 anni ha dovuto sospendere l’attività dell’intero servizio per casi di Covid-19. Nel 27% dei casi l’attività è stata sospesa solo per singole sezioni o ‘bolle’ che sono state organizzate e mantenute indipendenti proprio per gestire i contagi senza compromettere la continuità del servizio, mentre negli altri casi non ci sono state interruzioni.

    Lo rivela un’indagine su 1.346 strutture educative italiane condotta dall’Università Ca’ Foscari Venezia e dall’Istat su impulso del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha presentato nei giorni scorsi al Forum PA a Roma i risultati degli approfondimenti svolti sui servizi educativi per l’infanzia in Italia.

    Ma quali sono stati gli impatti della pandemia sui servizi dedicati ai più piccoli come nidi e sezioni primavera? Innanzitutto, spiegano gli esperti coordinati da Stefano Campostrini, professore di Statistica sociale a Ca’ Foscari e direttore del centro Governance & Social Innovation, le strutture si sono dovute adattare, in particolare adeguando spazi (93%), formando il personale (92%), attivando canali straordinari di contatto con le famiglie (72%) e anche assumendo nuovo personale (51%).

    Per l’85% delle strutture tutto questo ha significato anche un aumento dei costi. Tuttavia, una struttura su tre non ha ricevuto contributi straordinari dallo Stato, dalle regioni o dai comuni per far fronte alle nuove necessità organizzative. 

    Intanto, le famiglie hanno ridotto le iscrizioni rispetto all’anno precedente, oppure preferito tenere i bimbi a casa nel corso dell’anno. Gli iscritti sono calati nel 39% delle strutture, mentre il 27% ha registrato un calo dei frequentanti in corso d’anno. Queste riduzioni sono concentrate nelle aree del paese, come il Mezzogiorno, in cui l’offerta è già meno sviluppata. Il 60% dei rispondenti dichiara di avere le liste d’attesa vuote.

    Tutto ciò si traduce in una scala di priorità di interventi per il rafforzamento dei servizi che, secondo le stesse strutture, vede come meno urgenti investimenti sull’aumento dell’offerta, cioè l’apertura di nuovi nidi, mentre è forte la richiesta di sostegni economici per i servizi già attivi, per le famiglie, per l’adeguamento strutturale degli asili.

    “I dati raccontano di una sostanziale resilienza da parte delle strutture per la prima infanzia – spiega Campostrini -. Le strutture hanno individuato forme di risposta all’emergenza sanitaria e ai vincoli che questa ha imposto sulle modalità di servizio, spesso innovative e che possono essere rivalorizzate anche per il futuro post pandemico. Rimangono molti interrogativi da affrontare. Le difficoltà sembra abbiano colpito in maniera diseguale un sistema già diseguale, interessando in maniera particolare la componente privata del sistema dei servizi educativi che copre però quasi il 50% dell’offerta, specialmente al Mezzogiorno dove storicamente si stanno sviluppando con più fatica le opportunità educative per i più piccoli”.

    I numeri dei servizi degli asili nido in Veneto

    In Veneto sono oltre 400 i Comuni che ospitano sul proprio territorio servizi educativi per l’infanzia. Il tasso di copertura regionale, che è il rapporto tra il numero di posti autorizzati in servizi educativi per l’infanzia e il numero di bambini residenti fino a due anni, è superiore alla media nazionale e pari al 30,6%, di poco inferiore all’obiettivo europeo. Nel complesso, l’analisi sulla copertura a livello di Ambito Territoriale Sociale restituisce un quadro piuttosto differenziato, che varia dal 43% di copertura nell’ambito di Rovigo, al 18% in quello di Chioggia.

    In Veneto, l’80% degli Ambiti Territoriali Sociali presenta una quota di posti autorizzati relativa a servizi per l’infanzia a titolarità privata superiore al 50%, con territori che arrivano all’80%. Con le sole eccezioni di Chioggia e di Venezia il modello veneto appare caratterizzato da una forte iniziativa privata.

    Questa tipologia di modello si conferma anche analizzando la spesa comunale pro-capite che risulta essere complessivamente inferiore in Veneto rispetto alla media nazionale, anche qui tuttavia si possono riscontrare delle significative eccezioni. Come il territorio relativo all’Ambito di Venezia ed in particolare del Comune capoluogo di Regione, che storicamente ha investito su questi servizi educativi e presenta una spesa comunale pro-capite in linea con i territori più virtuosi a livello nazionale. 

    “Viene pertanto da auspicarsi – concludono gli esperti – una maggiore governance regionale che sappia dare maggiore omogeneità ai territori, portando un’offerta di servizi per l’infanzia diffusa, uniformandola ai livelli dei comuni veneti virtuosi”.

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