venerdì, 30 Settembre 2022

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    Vicenza, un “Assassinio” all’Olimpico con Moni Ovadia asciutto ed efficace: un crescendo di empatia

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    L’assassinio di Eliot all’Olimpico di Vicenza con Ovadia riesce a sorprendere

    Moni Ovadia fino a sabato 24 agli spettacoli classici all’Olimpico con Becket

    Poteva scegliere di essere una vittima sacrificale che grida la sua innocenza. E avrebbe avuto ragione. Oppure poteva diventare l’oppositore estremo che si erge a difensore della libertà a prezzo della vita. E, parimenti, nessuno avrebbe avuto niente da dire. Invece Moni Ovadia, all’Olimpico fino a sabato 24 con Assassinio nella cattedrale di T. S. Eliot per i Classici di Giancarlo Marinelli ha scelto una terza strada: un’interpretazione asciutta, perfino sussurrata nei momenti iniziali, dell’arcivescovo di Canterbury che paga caro il suo rifiuto di sottomettere la Chiesa alla corona – anzi l’unificazione sotto un solo dominio, quello del re Enrico II – e con la sua scelta dirompente per l’epoca fonda lo Stato moderno basato sulla separazione dei poteri prima che Montesquieu la teorizzasse seicento anni dopo.

    Moni Ovadia, conosciuto per la sua genialità e l’eloquio torrenziale, ha dimostrato come si possa essere controllati, rispettosi del testo, senza sbavature né protagonismi (che a 76 anni pure si potrebbe permettere) e risultare allo stesso tempo efficace. Per carità, si parla di Eliot e quindi di poesia autentica, di un testo che fa (quasi) tutto da solo. Ma anche l’interprete gioca un ruolo importante.

    Intendiamoci: Ovadia non ha niente a che fare con Richard Burton che in Becket e il suo re, film di Peter Glenville del 1964 che molti ricordano, per sua stessa ammissione recitò “come se parlasse al telefono”. No, Moni Ovadia riesce a calamitare l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico attraverso un crescendo di empatia senza usare mai la leva dell’emotività spicciola, bensì quella del coinvolgimento razionale nelle ragioni della fedeltà a se stessi prima che alle convenienze della politica.

    Merito senz’altro del regista Guglielmo Ferro (figlio del grande attore Turi Ferro) che costruisce uno spettacolo intenso e mai pesante, di grande pulizia e rigore, anzi con momenti d’incanto autentico, vuoi per le capacità degli attori vuoi per le musiche rarefatte e incisive assieme.

    Una parola di lode aperta per Marianella Bargilli, co protagonista di sapiente espressività. Se esistono ancora biglietti per lo spettacolo, procurateveli. Ne vale la pena. (a. d. l.)

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